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Design e disagio – di Alessandra Muntoni

Scriveva Paolo Fossati nel suo Il Design in Italia 1945-1972, che “l’oggetto ha una doppia faccia: come si presenta in sé stesso e in quanto rimanda ad altro, stili, soluzioni, proposte”. Il design nasce come prodotto di ampia diffusione resa possibile dalla macchina. Il Werkbund ne ha costruito quasi la mitologia, discutendo sul processo che dalla tecnica e dalla funzione giunge alla forma, anzi alla gute Form, la forma adatta all’uso. Il Bauhaus vi ha incorporato i procedimenti dell’avanguardia. Dal secondo dopoguerra si è aperta, rispetto al mercato, una vera e propria deflagrazione del significato dell’oggetto, della sua produzione e del suo uso divaricando le distanze tra funzione e godimento estetico, tra affermazione di status sociale e simbologia, tra tecnologia e gioco, tra sicurezza della durata e irrilevanza delle prestazioni. Anche i materiali, prima rigorosamente eredi del mondo tecnologico, come acciaio, vetro, plastica, hanno deviato verso la naturalità del legno, del cartone, della stoffa, della paglia.

Così, guardare un oggetto, usarlo, crea quasi una sensazione di disagio, ma costringe anche a chiederci i molti perché del suo presentarsi in quei modi che parlano d’altro, forse di una dimensione originaria. Le posate sono ritagliate dall’albero e conservano piccole diramazioni che ne intralciano l’uso, i sedili si storcono con spigoli incongrui che esplorano le ragioni della loro scomodità, improbabili teche mistilinee contengono libri che finiscono per accatastarsi disordinatamente gli uni sugli altri. 

L’installazione Eye to the Dolomites, inaugurata nell’estate del 2016 al passo Reiterjoch di Obereggen a oltre 2.000 metri, all’interno dei nuovi sentieri tematici denominati “Latemarium”, è una curiosa eccezione perché, pur conservando un quantum di simbolico, è anche uno strumento efficiente, capace cioè di innescare un nuovo tipo di percezione di uno scenario abusato. L’autore, il designer Harry Thaler che lavora a Merano e a Londra, ha concepito una pista ciclabile con alcune installazioni, tra le quali c’è una sfera di listelli di legno che funge da osservatore ottico delle Dolomiti. Appare come l’occhio di un gigante appoggiato per terra: i ragazzini si divertono a scalare questo piccolo pianeta domestico, gli adulti si avventurano dentro per osservare prospettive dei picchi montani reiventati dall’orbita vuota. Non saprei se si possa definire un oggetto di design, ma certo qui il disagio diventa divertente spunto per allenare l’attenzione.

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