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Eterodossia babelica – di Alessandra Muntoni

La Brexit ci ha messo di fronte a una situazione che per il momento continuiamo a ignorare: l’inglese non può più essere la lingua comune dell’Unione Europea. Invece ci si chiede ancora di tradurre in inglese i testi che scriviamo per convegni, articoli, libri. Nel Commonwealth si parlava inglese, negli USA si parla inglese, anche se c’è una forte minoranza ispanica, nell’impero romano di parlava latino, in quello di Alessandro si era adottato il greco. Insomma, ogni grande comunità antica o moderna trova una propria identità nel parlato, nella lingua con la quale ci si intende. L’Europa, se dovesse rinunciare a parlare inglese, a intendersi in inglese, che lingua comune dovrebbe adottare? L’esperanto, ormai caduto in disuso? Oppure la lingua di una delle sue nazioni più importanti: il tedesco, il francese, lo spagnolo? Ma nessuna delle altre vi si potrebbe riconoscere. Dovremmo rinunciare ad una koinè linguistica? Potremmo ancora chiamarci cittadini della UE se non ci sappiamo esprimere in una lingua comune?

Ci viene in aiuto una difficile proposta di Gillo Dorfles che in Elogio della disarmonia dedica un capitolo a L’eteroglossia babelica e l’attuale “confusione delle lingue”. Pur ricordando il mito della Torre di Babele, distrutta dall’ira divina che costringe le genti a non intendersi più, provocandone l’esodo in mille direzioni divergenti, Dorfles sostiene che non bisogna pensare con nostalgia al mito di un unico linguaggio originario prebabelico, e che invece «soltanto attraverso il dominio di una pluralità delle lingue […] l’uomo può raggiungere una maturità, diventa capace di comunicare anche a popolazioni “aliene” e “barbariche”; mentre il balbettio del bambino, o il “bab-illiment” dell’infante è rimasto tale finché l’umanità non è riuscita a raggiungere tale dominio». Anche se, conclude, «l’elemento visualizzatore ha la meglio su quello specificatamente linguistico». I cittadini della UE, secondo questo suggerimento, potrebbero raggiungere la maturità proprio elaborando, e praticando, il primato della coesistenza delle tante lingue, e delle tante culture che la compongono.

Avevano forse ragione, allora, i nostri maestri delle scuole medie e superiori che ci insegnavano italiano, latino, greco e inglese o francese o tedesco? E che ci facevano leggere Francesco d’Assisi, Jacopone da Todi, Dante e D’Annunzio, ma anche Goethe, La Fontaine e Shakespeare? Vale a dire quelle lingue e quei linguaggi che ci avevano dato le origini o che prospettavano il mondo contemporaneo? Cominciamo a ripensarci. Potremmo recuperare persino l’inglese.

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