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Giappone in fragile ascesa – di Alessandra Muntoni

“Una delicata fase di sospensione, nell’attesa di diventare altro”. Tōmatsu Haruo definisce così il momento storico che il Giappone di oggi sta vivendo. “Limes” intitola, invece, il fascicolo n. 2 del 2018 La rivoluzione giapponese, immettendo nel quadro geopolitico dei prossimi decenni il paese del Sol Levante che dovrebbe nuovamente misurarsi con il dominio del Pacifico, questa volta però scontrandosi con la Cina piuttosto che con gli Stati Uniti.

La letteratura, il cinema, la pittura e la critica architettonica ha spesso affrontato la questione. In Rising Sun, 1992, Michael Crichton racconta in che modo il Giappone stesse acquisendo le più importanti Holding USA, prima della crisi. Nel film Lost in Translation del 2003, Sofia Coppola esprime plasticamente la lontananza percettiva e culturale tra i due stralunati americani e il mondo di eccessi luminosi, linguistici e architettonici di Tokyo. Nel 2009, ma da noi tradotto nel 2011, Murakami Haruki, formidabile conoscitore della cultura e in particolare della musica occidentale, scrive 1Q84, dove la elegantissima killer Aomame viene catapultata in un mondo parallelo a quello convulso di Tokyo dopo aver ascoltato la Sinfonietta di Janáček. I film di animazione di Miyazaki, poi, parlano di una terra e di una umanità stravolta dopo la guerra atomica (Una tomba per le lucciole, 1988) e stretti rapporti anche con l’Italia sono da lui trattati in Porco Rosso, un asso dell’aviazione che combatte nel fronte libico (1992). Tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo a Roma sono state proposte ben tre importanti mostre dedicate al Giappone e al mondo asiatico: Mangasia, Hiroshige e Hokusai. “Metamorfosi Q.d.A.” della edizione Mancosu ha esordito nel 2003 col numero monografico su Tokyo nello spazio intermedio e poi ha proposto Hatsuzo Hasegawa nel 2004, a cura di Franca Bossalino e Leone Spita, da anni studiosi dell’architettura giapponese.

Un tema che ci coinvolge, ma che ci è molto lontano, si ripropone ogni volta. È messo in esergo all’articolo di Dario Fabbri nel citato fascicolo di “Limes”: continuare è potere. Nessuna rivoluzione radicale, dunque, è possibile in Giappone. Trasformandosi e adattandosi continuamente alle mutazioni politiche e tecnologiche della modernità fin da metà dell’Ottocento, esso ha conservato la struttura burocratica dei samurai, quella religiosa dello scintoismo, quella divina della figura imperiale. Si tratterebbe, invece, dice sempre Tōmatsu, di una strana oscillazione del paese tra un indolente nichilismo e la ripresa della sua fin qui repressa aggressività espansionistica. Pur in apprensione per possibili scenari di guerra, si deve prender atto che, nel frattempo, il mondo ha spostato la sua centralità dall’Atlantico al Pacifico. Dovremmo affrettare la nostra capacità di comprensione della cultura asiatica, nelle sue varie sfaccettature, come i cinesi e i giapponesi, pur così autonomisti, sono riusciti a impadronirsi e ad assimilare la nostra.

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