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Il nutrimento dell’architettura [93] – di Davide Vargas

Nella mia libreria c’è un libro di Gianni Celati. Il personaggio ha storia e passioni che intrigano ma il libro è uno dei pochissimi che ho cominciato più volte senza andare oltre le prime pagine. Poi di Celati non ho letto più nulla. Sto parlando di “Comiche” edito da Quodlibet, libro d’esordio [1971] dello scrittore che da molti anni vive in Inghilterra ed è un gran camminatore. E questo è l’aspetto che più mi ha spinto a riprenderlo in mano. Ma questa volta ho trovato la chiave di lettura. Perché la sua scrittura è una continua sperimentazione. E quella bisogna seguire.

Nell’apparente disordine delle parole messe una dietro l’altra quasi esclusivamente per sonorità senza avere una vera trama da seguire se non in un mondo di sogni o incubi, si possono rintracciare i rimandi, chessò, al dadaismo o ai collages di un Picabia. Molte parole sono inventate o deformate, come nell’irraggiungibile Gadda. Ma quello che mi colpisce di più è la punteggiatura. Frasi sincopate. Pezzi di linguaggio tronchi. Una parola lasciata lì. Insomma, ogni ipotesi di punteggiatura regolare è bandita. Le sequenze temporali sono lontane, e al lettore gira un po’ la testa ma si ritrova al centro di echi. Io credo che la punteggiatura sia il campo di maggiore sperimentazione per la scrittura. Una specie di cantiere.

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