presS/Tletter
 

Se il Futurismo veste Prada – di Gabriello Grandinetti

SE IL FUTURISMO VESTE PRADA
Grandi Eventi  “POST ZANG TUMB TUUUN. ART LIFE POLITICS: ITALIA 1918 -1943″
Curatore :  Germano Celant

MILANO – FONDAZIONE PRADA – HEADQUARTERS – 18 FEBBRAIO -25 GIUGNO 2018

La location

Il quadrilatero della Fondazione Prada,  recupera un’area industriale dismessa, che comprende una nota distilleria del primo 900, per circa 19.000 mq e lambisce il vecchio scalo ferroviario a sud di Porta Romana, in largo Isarco. E’ facilmente individuabile dalla torre bianca, un landmark che si impenna con uno scatto contenuto dal controvento diagonale in acciaio che incastona l’ascensore panoramico. Il terzo dei nuovi interventi, oltre al padiglione espositivo e il cinema,  concepiti dallo studio OMA ( Partner in Charge –Rem Koolhaas e Chris van Duijn; Project leader- Federico Pompignoli).

La Mostra

Già il titolo della Mostra ne preannuncia il sigillo in chiave di paradigma, risuonando delle onomatopeiche Parole in libertà declamate da Filippo Tommaso Marinetti nel suo fragoroso componimento poetico: Zang- Tumb- Tuuum ,  che riproduce le deflagrazioni e il rumore di armi come l’innesco di un’inquietante fascinazione estetica della guerra. “Sola igiene del mondo”.  

 Germano Celant in questa sua recente mise en scène filologica, del ventennio tra le due guerre, sembra avvertire l’impellenza deontologica di non disperdere i cocci di quel vaso di Pandora di opere e documenti dislocati nel XX secolo, come i tasselli dispersi di un puzzle per effetto dell’entropia irreversibile tra Ordine e Caos.

  Posto che l’arte e la politica convergono fatalmente nell’inestricabile connubio tra Futurismo e Fascismo, da cui non ci si può sottrarre dal bacio della morte tra Estetismo mitopoietico e Propaganda, Celant riesce tuttavia a schivare il rischio di esaltazione retorica, pur intrattenendosi nell’anticamera del diavolo.

Il tema centrale dell’allestimento progettato in sinergia con lo studio 2×4 di New York  pone l’accento  sugli aspetti di “contestualizzazione ” delle opere, non più osservate in un asettico isolamento, ma in una concertazione prospettica verosimile ai riscontri spaziali di provenienza. Sia che rimandino a eventi pubblici del passato o luoghi del collezionismo privato.

 Per mezzo di dispositivi scenotecnici le 20 “ricostruzioni” ambientali dislocate lungo il percorso espositivo, che muove dalla Galleria sud passando per il Deposito, la Galleria nord e il Podium, si traducono in altrettante stazioni di sosta in cui contemplare un vasto repertorio di opere. La vertigine di una lista che comprende più di 600 tra pitture e sculture e una galassia di documenti, bozzetti e fotografie, manifesti e litografie plastici e modelli di architettura, progetti e arredamenti di protodesign in tubolare metallico, oltre a innumerevoli fonti d’archivio iconografiche e testuali, libri, riviste, rassegne stampa,  pellicole e filmati d’epoca dell’Istituto Luce.

Un’escursione immersiva nel gioco apparente di specchi del nostro recente passato, spesso ostracizzato da un ottuso provincialismo che non sa fare i conti con la storia e continua a dividere il bianco dal nero. Vedi le recenti polemiche  sul “The New Yorker” a proposito dei simboli fascisti sui monumenti. 

In quelle stanze sembrano echeggiare, per la potenza evocativa dello spirito del tempo, i flashback che illuminano come lampi i cromatismi dinamici di Boccioni, Balla, Depero, D’Albissola, Medardo Rosso, Capogrossi, Casorati, Cagli, Morandi, de Chirico, Savinio, Sironi, Severini, De Pisis, Bottoni, Campigli, Prampolini, Mafai, Maccari, Fontana, Melotti, Bragaglia, Munari, Rosai, Nizzoli, Crali, Sassu, Guttuso, Maccari, Manzù, Soffici, Sironi, Tosi, Vedova, Zavattini…

 La declinazione documentativa di una multiforme area tematica che, com’è noto, traeva i suoi punti di forza dalla technè,  il culto delle macchine, l’esaltazione estetica del Progresso e della Velocità, protesa all’inarrestabile corsa verso il futuro. Temi esaltati da Marinetti nella poetica della simultaneià e da Sant’Elia che, nella visionarietà de “La città Nova,” ne costituisce,  in architettura, l’antefatto protorazionalista.

 Per meglio comprendere la temperie di quello stato nascente, così pervaso di interventismo vitalistico percepito dalle avanguardie futuriste come un’esperienza catartica, basti l’esempio di Boccioni e Sant’Elia che, messi di fronte ad una prova senza appello, periranno entrambi sul fronte. Per Benedetto Croce : Chi abbia il senso delle connessioni storiche, l’origine ideale del Fascismo si ritrova nel Futurismo”.

Per l’attenzione riservata dalla mostra ai piani urbanistici e ai progetti di architettura si può cogliere, attraverso il recupero dei disegni e delle tavole originali di progetto, una presa diretta dei lavori di studio di una generazione di architetti che ha operato su quello scenario temporale nel rapporto stringente tra i valori plastici internazionali del Moderno e le derive monumentaliste di Regime. 

 Nel contrasto tra la scuola accademico-monumentale  di Piacentini e la spinta propulsiva della scuola razionalista, rappresentata da Pagano, prevarrà l’impronta del Governatorato. Atteso che il disallineamento alla politica di Regime, che coltiva  la retorica del culto della romanità, è pressochè  impraticabile. 

Solo per citare alcune delle figure presenti più eminenti, après i contributi antesignani di Sant’Elia e i suoi mancati ricongiungimenti tra teoria e prassi, passando per Terragni, Pagano, Persico, Piacentini, Del Debbio, Libera, Ponti, Figini, Pollini, Scarpa, Nervi, Quaroni, Portaluppi, Muzio, Moretti, La Padula, Gruppo 7… attraverso un’infilata di opere esposte in una galleria di elaborati prospettici e plastici, che si profilano su scenari metafisici come il palcoscenico dell’E ’42, (ribattezzato EUR) su cui si staglia, materializzandosi come in un quadro di de Chirico, il Palazzo della Civiltà Italiana, e capolavori come  la Casa del Fascio di Como di Terragni.

La mostra trova il suo punto di massima suggestione immersiva nel compound della sequenza di slide  in B/N sugli 8 maxi schermi dell’area Deposito, che proiettano in dissolvenza le immagini dei Grandi eventi di estetizzazione propagandistica del Regime. Anche se nell’ambito di una prefigurazione di progetti più effimeri, elaborati per i padiglioni di esposizione, come la Mostra della Rivoluzione Fascista del ‘32, l’Esposizione dell’ Aeronautica Italiana del ’34, La Mostra Nazionale dello Sport del ’35, che  preludono all’Esposizione dell’ E ’42.  Il sogno interrotto dai venti di guerra. Qui appare tangibile, anche se di superficie, la “tendenza al dominio ipnotico delle massedescritto da Prezzolini, che la distopia totalitaria veniva affermando, intuendo una  strategia ante litteram della persuasione /comunicazione degli odierni mass media.

 

Leave A Response