presS/Tletter

PresS/Tletter n.33 2006

LPP 17/Nov/2006 11:06:37
De Masi, Guido, Paoletti, Rendina, Weller, Favalli, Masala, Pepe, Genovese, Tomaselli, Costruire, Zappa, Mazzucconi.
- In questo numero nella rubrica ARCHITETTURA un intervento di Domenico De Masi su Ravello.
- Nell’EDITORIALE Luca Guido commenta i premi della Biennale di Venezia.
- Nella rubrica RECENSIONI E COMMENTI Ingrid Paoletti ci parla del libro da lei scritto: Costruire le forme complesse. Innovazione, industrializzazione e trasferimento per il progetto di architettura. Estratti del libro sul sito: www.presstletter.com.
-Nella rubrica LETTURE D'AUTORE a cura di Diego Barbarelli risponde: Massimiliano Rendina.
- Nella rubrica LETTERE Maurizio Favalli interviene sulla piramide del Klein Matterhorn. Enrico Masala su Gregotti e il Corsera. Domenico Pepe su Vema. Marco Genovese sull’intervista a Rosario Pavia pubblicata in una presS/Tletter precedente.
- Nella rubrica INTERMEZZO, Edoardo Alamaro ci parla di Mario Merola.
-
Nella rubrica ARTE, Paolo Raimondo intervista a Simona Weller
-  Nella rubrica EMERGENZA PIAZZA  ARMERINA interviene Franco Tomaselli.
- Si inaugura in questo numero la rubrica VOCI DAL MONDO UNIVERSITARIO. Chi volesse contribuirvi e' pregato contattare zairamagliozzi@yahoo.it.
- Per gentile concessione della rivista Costruire nell’ALLEGATO n.1 pubblichiamo il pezzo sulla Biennale di Architettura Venezia di Alfredo Zappa uscito nel numero di Novembre.
- nell’ALLEGATO n.2 l’intervento di Vittorio Mazzucconi su Le Corbusier in risposta alla lettera di Vittorio Giorgini pubblicata nel n.31.

L’OPINIONE

Quel cane di Ando
Nella rubrica VOCI DAL MONDO UNIVERSITARIO, la nostra corrispondente Paola Orsetti ci parla di una recente conferenza di Tadao Ando a Mendrisio. L’episodio della diapositiva sul cane dell’architetto ci ricorda di una conferenza dello stesso Ando che abbiamo già sentito a Roma e a Londra ( sulla rivista inglese AJ qualcuno affermò che la stessa lecture la aveva già ascoltata altrove). Ci viene il sospetto che molte archistar girino riciclando una o due conferenze standard preparate da qualche abile PR.

LA CARTOLINA di Renato Nicolini

Viva le Cicale
Apprendo dai giornali che si intende dare via libera al MOSE, la Grande Opera che, per evitare l’acqua alta a Venezia, cruccio dei grandi alberghi, uccide la laguna di Venezia trasformandone le acque in acque stagnanti. L’Italia, dice Prodi, “è un paese che non pensa al futuro”. Se questo è il modo di progettarlo (il Comune di Venezia è contrario ed ha presentato ben quattro progetti alternativi), “Viva le Cicale”!

FOCUS SU… di Diego Caramma

Una preziosa monografia
La prima monografia di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo da poco uscita per la Casa Editrice Librìa – decimo volume della serie BY – è un dono prezioso, e non solo per come è stata ideata (in modo simile, se il sogno della versione cartacea di Spazio Architettura non fosse svanito, avremmo pensato il fascicolo dedicato al suo lavoro) ma anche per il testo introduttivo di Luciana Rogozinsky – “Nomade implicito” – che, con piglio poetico, coglie l’essenza della ricerca dell’architetto. Grasso Cannizzo incarna la figura dell’architetto, condizione di ogni architettura intesa come concreta pratica di vita e di pensiero, refrattaria tanto a ingenui “giudizi di valore” quanto al conformismo, al settarismo e, non da ultimo, al successo che spesso, paradossalmente, ne consegue. Ecco l’incipt di Rogozinsky: «Non la Sede, ma lo Spostamento, la variabilità incessante del contesto intorno al passo quotidiano è il sogno di questo architetto. Non la casa ma la città: l’archetipo spaziale fondativo che in quest’indole progettuale sistema con calcolo perfetto, negli ambienti, i luoghi/perno del cambiamento possibile, ancora incognito, è il campo metropolitano, dove a ogni angolo l’esperienza è fuggevole e precaria ma dove ogni angolo, anche, apre a una vicenda nuova».      

EDITORIALE

Premi della biennale
Giorno 8 novembre si è tenuta la cerimonia di  conferimento dei premi della 10 Mostra Internazionale di architettura di  Venezia, presso il teatro Malibran. Tra i premi ne spicca uno di  particolare intelligenza: quello assegnato alla città di Bogotà, la città che  come riferisce la giuria "ha applicato alle automobili il detto di Mies  van der Rohe “meno è più”: meno auto significa più spazio e più risorse per i  cittadini". Ho applaudito.

Mi piacerebbe dire che sia andata così anche per gli  altri premi, ma come al solito sono gli italiani a sconcertare.

Mi chiedo a cosa possa servire conferire a Vittorio  Gregotti, neppure presente in sala,  il premio Tafuri. Non lo abbiamo  già acclamato negli ultimi 30 anni è più? era veramente necessario  tributargli questo successo e questo ennesimo premio? non si è già ricavato da  solo uno spazio negli annali della storia dell'architettura? Di recente  Gregotti ha fatto solo opere di grande qualità oppure si tratta di occupazione  del mercato professionale ed editoriale inseguendo un interminabile  successo?

Capisco che sia necessario omaggiare e riconoscere,   ma l'attuale contributo di Gregotti non è modesto rispetto alle sue  riflessioni più meditate e coraggiose degli anni passati? Oppure il premio a  Gregotti va immaginato quale premio all'intero XX secolo vista la  "sottile" identificazione recentemente propostaci ? (cfr.  Autobiografia del XX secolo, ed. Skira, 2006 di V. Gregotti). Forse  Franco Purini potrà spiegarci che il premio non è stato capito dai  giovani poiché non seguono con adeguato interesse le pubblicazioni italiane e  spesso sono malati di esterofilia, ma i dubbi, scusate tanto,  mi rimangono tutti. E mi chiedo dunque se siano solo i giovani a leggere  le proposte estere.

Gli altri due premi del padiglione italiano sono andati  a Andrea Stipa e Luca Molinari, e su questi concordo.
Non sarebbero invece neppure degni di commento i  "leoni di pietra" conferiti da D' Amato Guerrieri, il nuovo paladino della  mediterraneità e dell' identità italiana. Comunque lo ringraziamo tutti per  aver dimostrato grande professionalità nell' aver conferito i premi a suoi  stretti amici e collaboratori, e per aver mostrato al mondo tutto quello che  non hanno mai pensato i grandi architetti italiani! Cosa aspettarsi in  fondo da una persona che tiene sotto scacco l'intera facoltà di  architettura di Bari, cercando di eliminare il contemporaneo dai corsi di  studio, piazzando spudoratamente negli insegnamenti chiave persone a lui  vicine e tenendo chiusi nel suo studiolo importanti pubblicazioni consultabili  solo dai suoi adepti. Cosa aspettarsi da una persona che va profetizzando  che l'identità italiana sarà "salva" quando nel progetto di una  nuova piazza collocheremo una fontana o un obelisco in pietra?

Morale: l'Italia della biennale ha sempre due  padiglioni. Uno Italiano, l'altro "all'italiana".
Luca Guido

ARCHITETTURA
 
Domenico de Masi sull’auditorium di Ravello
Carissimi, dopo sei anni di battaglie sociali e legali, finalmente la prima ruspa è entrata nel terreno destinato ad accogliere l'auditorium progettato per Ravello da Oscar Niemeyer.
 Sei anni di scaramucce pseudo-intellettuali che hanno mobilitato diecine di avvocati, provocato centinaia di articoli, sprecato migliaia di euro.
Ravello ha 16 alberghi che, insieme a negozi e ristoranti, cadono in letargo nei mesi invernali, causando la disoccupazione temporanea e l'emigrazione spesso definitiva di centinaia di giovani.
 L'auditorium consentirebbe di estendere il Ravello Festival anche nel periodo invernale, de-stagionalizzando il turismo ed elevandone la qualità.
Contro l'auditorium si battono l'attuale Amministrazione di Ravello e Italia Nostra, con la solidarietà di una cinquantina di intellettuali.
 Secondo Italia Nostra l'auditorium devasterebbe un panorama "intatto e perfetto". Vi allego una foto con la simulazione dell'auditorium, dalla quale si evince come, lungi dal deturpare un paesaggio vergine, l'auditorium riscatterebbe un sito devastato dalla speculazione edilizia.
 A favore dell'auditorium si sono dichiarati la Regione Campania, l'ex Amministrazione comunale, Legambuente, WWF, Verdi e oltre duecento intellettuali, 840 ravellesi che hanno sottoscritto un appello e 50 ravellesi che si sono costituiti in comitato per difendere l'auditorium presso il Consiglio di Stato.
Su sei processi intentati per ricorsi contro l'auditorium, cinque si sono conclusi con il rigetto del ricorso.
L'assurda opposizione autolesionista che l'attuale Amministrazione Comunale sta conducendo con ogni mezzo contro l'auditorium, mette in pericolo un finanziamento di 18,5 milioni di euro, un capolavoro di Oscar Niemeyer, la realizzazione di un modello moderno di economia basata sulla sinergia tra cultura e turismo.
Vi ringrazio del sostegno e della simpatia con cui avete seguito questa vicenda, destinata sciaguratamente a durare ancora per molto tempo.
Un cordiale saluto.
Mimmo De Masi

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

Reportage su Carlo Scarpa a Roma
Mostra fotografica Reportage su Carlo Scarpa di Gianni Berengo Gardin realizzato tra il 1966 e il 1972. La mostra si svolge nel Museo H.C. Andersen di Roma in via Stanislao Mancini 20.

About Making Architecture a Roma
Convegno About Making Architecture sabato 25 novembre 2006 ore 10.00-18.00. German Academy of Rome. Villa Massimo, largo di Villa Massimo 1-2 Roma

Silvia Levenson a Roma
Mostra di Silvia Levenson: Plaza de Mayo. Inaugurazione: 23 novembre 2006, ore 18.00 Viale Regina Margherita 158, Roma. Galleria Traghetto. Durata della mostra: 24 novembre – 22 dicembre. Orario: dal martedì al sabato dalle 15.00 alle 19.00, o per appuntamento.

Roma e il futuro delle città
7a Conferenza Internazionale DEGW Italia Roma e il futuro delle città. Mercoledì 22 Novembre 2006, Roma Eventi. Piazza di Spagna, Via Alibert 5/a Roma. Per info: http://www.degw.com/conference <http://www.degw.com/conference>

Risparmio Energetico nell’Edilizia a Roma
Conferenza Nazionale 2006 ANIAI, Risparmio Energetico nell’Edilizia. Qualità del Progetto, Tecnologia, Sostenibilità. 17 novembre 2006.Fiera di Roma,Via Cristoforo Colombo.

I giovedì del Design a Milano
I Giovedì del Design, tre cicli di incontri che si svolgono ill giovedì sera alle ore 21.00 presso Design Library, via Savona 11 Milano. Tel 02/8942122.
Giovedì 16 novembre 2006: Michele de Lucchi
Giovedì 23 novembrte 2006: Piero Lissoni
Giovedì 30 novembre 2006: Philippe Daverio

Dove va l’arte a Pesaro
Centro d’arti visive Peschiera, Dove va l’arte. Tecniche, mostre, fiere e musei. Un itinerario in queattro tappe curato da Ludovico Pratesi, attraverso l’evoluzione delle tecniche artistiche nel corso degli ultimi vent’anni.
Lunedì 27 novembre 2006 Oltre l‘obbiettivo
Lunedì 11 dicembre 2006 Dal video al web
Auditorium di palazzo Montani Antaldi, Pesaro ore 18.00

LFL architetti a Brescia
Inaugurazione della Mostra LFL architetti. architetture 2001-2006 (Luconi/Fumagalli/Lavorincorso), organizzata dalla sezione IN/ARCH di Brescia e dalla Libreria Punto Einaudi, che si terrà sabato 18 Novembre alle ore 18.30 presso la libreria Punto Einaudi, in via della Pace 16a, Brescia. Nell’occasione verrà presentata l’omonima monografia edita per i tipi: idea architecture books. Partecipano all’incontro LFLarchitetti presentati da Marco Ortalli.

Convegni a Napoli
Organizzati dalla Fondazione Annali dell’Architettura e delle Città e giunti quest’anno alla seconda edizione, gli Annali dell’Architettura e delle città propongono due convegni
Learning from South. Palazzo Reale, Teatro di Corte, 18 novembre 2006 ore 9.00.
Paesaggi Urbani del Mediterraneo Palazzo Reale, Teatro di Corte, 18 novembre 2006 ore 15.30.

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

Fresh Madrid
FreshMadrid è una selezione di progettisti laureati nella Escuela Técnica Superior de Arquitectura di Madrid tra il 90 e il 2000.
La loro posizione nei confronti dell’architettura è la novità e il rischio in un universo ibrido tra l’architettura e l’arte contemporanea, liberi da preconcetti ideologici o formali.
 I loro strumenti progettuali provengono dall’utilizzo del concetto di multisciplinarità della professione e quindi dalla sociologia, la politica, l'antropologia, la biologia, la economia, la ecologia.
 La mostra è attualmente alla galleria Ras a Barcellona dal 10 novembre al 10 dicembre 2006. Ras gallery, Doctor Dou 10
BARCELONA www.freshmadrid.com

Nancy Radloff a Roma
Mostra di Nancy Radloff mostra dal 6 ottobre al 18 novembre 2006. Galleria Extraspazio, via San Francesco di Sales 16/a 00165 Roma tel / fax  +39 06 68210655 info@extraspazio.it <mailto:info@extraspazio.it>  www.extraspazio.it

Silvia Levenson a Roma
"Plaza de Mayo" Torte nuziali farcite di lamette, tenere scarpette da bambina con chiodino, coltelli sospesi sulla foto di due bimbe in Plaza de Mayo, gonne di filo spinato, una fila di seggioline deserte. Le opere di Silvia Levenson nascono da una riflessione sulle ferite che ci portiamo dietro dall’infanzia, mettono il dito sulle piccole crudeltà che costellano la nostra vita di tutti i giorni, mostrano come normalissimi oggetti d’uso comune si possano trasformare in armi letali.  Inaugurazione: giovedì 23 novembre 2006, ore 18.00. Durata della mostra: 24 novembre – 22 dicembre 2006. Sede: Viale Regina Margherita 158, Roma
Orario:  dal martedì al sabato dalle 15.00 alle 19.00, domenica e festivi per appuntamento. Tel. /fax :  06 64780772 roma@galleriatraghetto.it
<http://www.galleriatraghetto.it>

Costruire le modernità
Tre grandi mostre dedicate Franco Albini, Ignazio Gardella, Carlo Mollino saranno ospitate contemporaneamente in tre prestigiose sedi delle città industriali. Per info: <http://www.costruirelemodernita.it/> <http://wpop1.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=s1Yb6P6qOw0XTjmfAXi2vSl/65Z2abnO6lQvEjWiFSQU0RTvYaKonZwopWRijzc%2B9mvm5lgWwJU%3D&amp;Link=http%3A//www.costruirelemodernita.it/>
Zero Gravity. Franco Albini <http://www.costruirelemodernita.it/albini/albini.htm> . Triennale di Milano. Dal 28 settembre al 26 dicembre 2006 www.francoalbinicentenario.it. Ignazio Gardella Architetto <http://www.costruirelemodernita.it/gardella/gardella.htm> . Palazzo Ducale, Genova. Dal 24 novembre 2006 al 30 gennaio 2007. Carlo Mollino Architetto <http://www.costruirelemodernita.it/mollino/mollino.htm> . Archivio di Stato, Torino. Da 13 ottobre 2006 al 7 gennaio 2007

Israele arte e vita a Milano
Mostra Israele arte e vita 1906-2006 a Milano Palazzo Reale piazza Duomo 12 Dal 18 ottobre al 7 gennaio 2007. Dalle ore 9.30 alle 19.30 lunedì chiuso. Info www.israelearte.org

I.dot - Italian design on tour a Milano
Italian design on tour. Lissone (Mi), Museo d’Arte Contemporanea, V.le Padania, 6  tel. 039.2145174. Dal 22 ottobre 2006 al 28 gennaio 2007. Orari: da martedì a venerdì: 15,00- 19,00; sabato e domenica: 10,00 - 12,00 / 15,00 - 19,00. Ingresso: Euro 6,00 - ridotto Euro 3,00

Germaine Richier a Venezia
Le sculture e i disegni di Germaine Richier dal 28 ottobre al 5 febbraio 2007 alla collezione Peggy Guggenheim, Venezia per la prima antologica in italia dedicata alla scultrice francese.

Giovani Architetti Italiani/2 a Venezia
Giovani Architetti Italiani/2 Young italian architects under 40, dal 7 ottobre al 23 dicembre 2006.Inaugurazione 7 ottobre 2006, ore 11.00. Sede espositiva ProgettoContemporaneo, galleria di architettura via Venezia 28, Ceggia. Venezia. Italy. Dal Lunedì/Sabato dalle 9.00-12.00 e dalle 14.00-18.00.

Michelangelo e il disegno di architettura a Vicenza
Mostra Michelangelo e il disegno di architettura. Vicenza, Museo Palladio in palazzo Barbaran da Porto, dal 17 settembre al 10 dicembre 2006

Leon Battista Alberti a Mantova
Dal 16 settembre 2006 al 14 gennaio 2007, la Casa del Mantegna di Mantova ospiterà la mostra Leon Battista Alberti e l’architettura

Peschiera 10 anni per l’arte contemporanea
Centro arti visive di Peschiera, Chiesa del Suffragio Peschiera: 10 anni per l’arte contemporanea. Mostra fotografica 14 ottobre/31 dicembre a cura di Ludovico Pratesi. Orario 17,30-19,30 chiuso lunedì.

3 mostre a Napoli
Organizzati dalla Fondazione Annali dell’Architettura e delle Città e giunti quest’anno alla seconda edizione, gli Annali dell’Architettura e delle città propongono tre mostre:
Oververview per l’architettura italiana a cura di Marco Casamonti e Luca Molinari. Dal 15 novembre al 17 dicembre 2006. Napoli, Palazzo Reale, Cortili Porticati
Learning from South a cura di Marco Casamonti, Paolo Giardiello, Nicola Flora con Ugo Carughi. Dal 18 novembre al 17 dicembre 2006. Napoli, Palazzo Reale, Cortili Porticati.
Paesaggi Urbani del Mediterraneo a cura di Marco Casamonti. Dal 18 novembre al 17 dicembre 2006. Napoli, Palazzo Reale, Cortile d’Onore e Cortili Porticati.

UNIVERSITA’ & Co... a cura di Ilenia Pizzico

Il mondo del design a Torino
A Torino si sono svolti due appuntamenti per avvicinarsi al design in vista anche del 2008, quando Torino ne sarà la capitale mondiale. Il 27 novembre chiuderà la serie Patricia Urquiola, designer spagnola con forti radici milanesi, allieva di Achille Castiglioni e Vico Magistretti: l’intervento “Pelle d’asino” ha lo stesso titolo della sua mostra allestita a Verona per l’edizione 2006 di “Abitare il Tempo”.Ingresso libero fino a esaurimento posti. Ore 21, Sala Conferenze GAM, Corso Galileo  Ferraris, 30, Torino.Info:fdf@fondazionedefornaris.it <mailto:fdf@fondazionedefornaris.it <mailto:fdf@fondazionedefornaris.it> >

Progettare la Città Ecologica a Napoli
Il 17 novembre si terrà l’inaugurazione della mostra/workshop Progettare la Città Ecologica. Il laboratorio Urbano di Paolo Soleri. L'evento godrà della presenza del maestro/arch. Paolo Soleri nei giorni 17-20 novembre. Mostra, Chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, Via Medina 19; Workshop, Chiesa dei Santi Demetrio e Bonifacio, Piazzetta T.Monticelli, Napoli.

Viaggio d'istruzione a Basilea, Ronchamp, Dornach, Lucerna, ecc.
Dal 25 al 29 novembre 2006 si terrà un viaggio di istruzione a Milano, Basilea, Weil am Rhein, Riehen, Ronchamp, Dornach, Lucerna. Chi fosse interessato a partecipare può scrivere alla seguente mail:emanuele.masiello@unifi.it.

Visita guidata alle mostre Costruire le modernità, Albini - Gardella – Mollino, Triennale di Milano -Palazzo Ducale di Genova - Palazzo Bricherasio di Torino
Dall’1 al 3 dicembre si terrà un itinerario alla scoperta di tre grandi protagonisti della creatività italiana del Novecento di cui si celebra il centenario di nascita attraverso tre mostre retrospettive allestite presso altrettante sedi rappresentative a Milano, Genova e Torino. L'itinerario comprenderà, oltre alla visita guidata alle mostre, un percorso attraverso le principale opere degli architetti nei dintorni delle tre città.Info: <http://www.acmaweb.com/5.0_news/5.2_agendacma/5.2.1_iniziative/5.2.1_iniziative.htm <http://www.acmaweb.com/5.0_news/5.2_agendacma/5.2.1_iniziative/5.2.1_iniziative.htm> >  

CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi

Peccato per l’occasione mancata...
Ultimi giorni della Biennale nostrana. La sensazione diffusa, per chi non l’aveva ancora vista, era che a Venezia ci fosse solo una novità, solo Vema su cui scagliarsi giustamente contro.
Eppure all’Arsenale una lieta sorpresa: un lungo percorso con un buon allestimento didattico che fa vivere da vicino i 5 Continenti..anzi no 4 (visto che l’Australia ne resta misteriosamente esclusa) e ci permette di avvicinarci alle problematiche delle megalopoli mondiali. Popolazione, trasporti, sviluppo e progetti futuri danno le coordinate essenziali per capire le dinamiche che accomunano le tante/troppe città analizzate. La densità (gli estremismi di Bombay e del Cairo), la società che vive gli spazi comuni (l’instancabile via vai di Tokio), l’espansione incontrollata (i barrios di Caracas), e i forti dislivelli sociali (l’antitesi grattacieli-favellas di San Paolo).
Ma le lacune ci sono e sembrano il frutto di un desiderio di completezza che già in partenza si prevedeva impossibile da realizzare: troppe specificità, troppe complessità da dover affrontare. In molti casi, poi, non si capiscono le scelte di trattare alcune città in maniera diversa dalle altre: il caso anomalo è l’ensemble Milano-Torino, concepito prima come un’unica realtà e, poi come due entità diverse. E poi l’inimmaginabile: scorrendo i nomi delle megalopoli trattate si scorge una dimenticanza incredibile..dov’è Parigi?Dell’Europa che conta (Germania,Inghilterra, Italia, Spagna) la Francia è l’unica che manca all’appello, si preferisce menzionare Genova (la 3° italiana) che, tra l’altro, era stata appena accennata nell’intro della mostra; a suggerire il trattamento speciale dedicato al Paese ospitante (…)
L’ultima considerazione va al nuovo padiglione Italia. Un video di introduzione che (riporto la mia esperienza personale) nessun visitatore è rimasto a vedere per intero: troppo lungo e frenetico, difficile da seguire ma ben confezionato nelle immagini e musiche. E poi il tema-madre su cui sono state spese tante energie e parole: una città ideale, pensata come ex-novo che pone più paure di quante ne voglia risolvere. Dedicare il nuovo padiglione Italia a questo progetto non significa infondo RINUNCIARE a risolvere i problemi delle metropoli italiane in cui viviamo? Così facendo non si sottolinea l’impossibilità di sperare in un miglioramento dell’esistente?
Mi sembra si sia evitato il farsi carico di tutto questo, rinunciando a essere architetti del nostro tempo in nome di chissà quale utopia.

INTERMEZZO
 
Mario Merola
Lo so, con l’architettura non c’entra, ma io lo scrivo lo stesso, tanto questo è un trascurabile “intermezzo” inserito tra tante cose serie della nostra in/disciplina. “Chiamate Napoli 081”, è morto Mario Merola, classe 1934, l’ultimo “fràvecatore” (“fràveca” sta per fabbrica, edificio) della canzone napoletana verace; l’ultimo zappatore della Napoli naif  da esportazione, da scaricatore di porto qual era stato da ragazzo, figlio del popolo più infimo della Marinella, anzi della plebe di Sant’Erasmo, case popolari non lontane dal prestigioso mercato ittico di Luigi Cosenza. Aveva avuto tre prestigiosi figli d’arte, ‘o zappatore: Massimo Ranieri, che fu da lui scoperto ed avviato ch’era ancora un bambino, altro che scuola dell’obbligo; Nino D’Angelo, figlio ribelle ma mai ingrato, ch’è poi andato per la sua strada; Gigi D’Alessio, neomelodico contemporaneo nazional-popolare che ha esclamato piangendo, “addenucchiato” (inginocchiato, ndt) ai piedi del suo maestro, morente a seguito di una fatale indigestione di frutti di mare, cozze, vongole, taratufoli: “No, nun murì, senza ‘e tte fernesce (finisce, ndt) Napule!”
Non è vero, ma ci credo: fa scena, fa sceneggiata, fa atmosfera, fa con-doglianze. Ma permettete una doglianza?, un paragone? E’ d’uopo: chi “zappatore” dell’architettura napoletana, della generazione dei Merola e pre-Merola, può annoverare tanti successi all’estero ed in loco, sigillati a furor di popolo palpitante? Chi maestro di Palazzo Gravina, antica sede della facoltà di Architettura partenopea, può vantare di aver lanciato tre “figli” di quel rilievo archi-canoro? Chi può dichiarare, spavaldo, al Rettore dell’Università, Trombetti: “Sono andato a Milano ed ho fatto il Tutto Esaurito!” Qui è esattamente il contrario, sono gli architetti “di sopra” che ci esauriscono, in tutti i sensi, anche finanziari!
Scherzo s’intende, per carità, la competizione è globale, non siamo provinciali e/o – peggio – locali: il problema è che da Napoli, al momento, son deficitari i Mario Merola dell’architettura, i Carosone, i Sergio Bruni, gli Aurelio Fierro, finanche i Fausto Cigliano, per non parlare dei Pino Daniele et similia architettonici partenopei. Solo qualche cantautore “impegnato” anni sessanta, talora noioso e presuntuoso (e “archi-bloccatore”). Perché, “pecchè”? Lo so, Napoli è da sempre città–teatro, è musica, è canzone, non è più “fravecatura”: nel novecento architettonico di Napoli non c’è l’equivalente e/o l’equipollente di un Raffaele Viviani o di un Eduardo; di un Totò o un Peppino “Pappagone”. “Piriché”, perché? L’ultimo archi-zappatore autoctono s’è perso con l’arrivo di Carlo III, o impallinato coll’Unità d’Italia, non so, non sono esperto di garibaldini dell’architettura nazionale.
Che vi devo dire, zappatori e zapatoristi d’Italia? Ve lo dico con “Guapparia”, di Bovio e Falvo, adattamento personale, miscelato per l’occasione: Scetámmece, architett’‘e malavita... / ca è 'ntussecosa assaje 'sta metropolitana / (salto, versione breve, esortazione finale) … Prugettate, giuvinò', vuttàte 'e mmane, / nun v'avvilite, ca stó bbuono 'e voce! / Io mme fido 'e disegná fino a dimane... e metto 'ncroce chi... mm'ha miso 'ncroce /… Musica, musicanti! / Facciamoci molto onore... / Stasera, 'mmiez'a st'uommene eliganti, / abballa ‘narchitetto zappatore!
Saluti ruspanti, Mario Merola & Eduardo Alamaro (Eldorado)  

LIBRI a cura di Francesca Oddo

Repairingcities. La riparazione come strategia di sopravvivenza
"Nelle città occidentali riparare un oggetto, specialmente elettronico, è un’impresa impossibile, invece al Cairo la cultura della riparazione è molto diffusa. Alcuni quartieri sono interamente occupati da mercati di pezzi usati e da riparatori che aggiustano dalle auto ai telefonini. La riparazione costituisce una microeconomia che trasforma lo spazio urbano divenendo una solida forma inerziale di resistenza alle trasformazioni dell’economia globalizzata. La cultura della riparazione si oppone al consumo della città e si configura come una pratica continua collettiva in cui la sopravvivenza assurge a valore etico.
Come la riparazione può diventare una strategia di rinnovamento per megalopoli come il Cairo? Come questa cultura, con uno spostamento trasversale, può aprire nuove prospettive di innovazione fuori dai luoghi comuni del vecchio e del nuovo, del passato e del presente, della cultura alta e di quella popolare, della spontaneità e della coscienza, del contesto e dell’autonomia?"
Marco Navarra (a cura di). Anno: 2006.
 
Croniconiche. Luci e ombre, parole e memorie dalla metropoli
"Realizzato in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, questo piccolo volume - un viaggio nella periferia napoletana realizzata negli anni ‘50 e ‘60 - si propone come un agevole strumento di lettura e riflessione sugli ambiti urbanistici e sociali delle periferie napoletane ed è destinato prevalentemente ad un pubblico di studenti e giovani professionisti. La pubblicazione è una sorta di piccolo manuale, con immagini d’autore e interventi letterari e si sofferma e lancia al lettore un invito a riflettere su specifiche problematiche, dalle storie degli uomini e dell’ambiente che contribuiscono a riconoscere e definire le identità espresse dai luoghi. La volontà di rilanciare il valore e la necessità del contributo poetico all’analisi e alla documentazione del territorio che non può essere risolta solo da parametri statistici, relazioni tecniche ed interventi politici ed amministrativi che il più delle volte sono lontani dal riscuotere una reale efficacia nonché concreta partecipazione degli studenti e dei cittadini alle questioni della città, delle sua storia, del suo sviluppo. " (Clean)
Autori: Libero De Cunzo. Testi: Generoso Picone e Salvatore Casaburi. Editore: Clean. Anno: 2006. Pagine: 72. Illustrazioni: 47. Prezzo: € 10.00
 
Michael Hopkins
"Sir Michael Hopkins è uno dei protagonisti di punta della stagione High-Tech dell’architettura britannica e internazionale. Con la costante ricerca di soluzioni architettoniche di design e il contributo al dibattito sulla delicata relazione fra modernità e tradizione, è divenuto uno degli architetti più sensibili in nord Europa al rapporto tra centri storici, paesaggio e nuova architettura.
Dal 1976, anno in cui fonda il studio, l’opera di Hopkins è caratterizzata da un impiego sofisticato del vetro e dell’acciaio applicati in edifici residenziali e industriali che seguono i principi del razionalismo radicale e della migliore architettura strutturalista.
Con la metà degli anni Ottanta Hopkins decide di cambiare passo applicando quello che egli definisce ‘l’aggiornamento dei materiali tradizionali’ e che connota la seconda generazione dei suoi progetti come la Tribuna Mound dello stadio da cricket dei Lord’s di Londra, l’auditorium del Queen’s Building presso l’Emmanuel College di Cambridge, il Jubilee Campus di Nottingham e soprattutto Portcullis House, la nuova sede degli uffici del Parlamento inglese a Londra.
Il progresso, per Hopkins, non è più cesura con il passato ma un atto di continuità dove si integrano elementi tradizionali come il legno e la pietra con tecnologie avanzate e ambientalmente responsabili." (Skira)
Autore: Cristina Donati. Editore: Skira. Anno: 2006. Pagine: 240. Illustrazioni: 220. Prezzo: € 26.00

VOCI DAL MONDO UNIVERSITARIO
Filo diretto tra il mondo dell’Architettura e quello universitario,studenti di diversi atenei a confronto su un tema comune. Per segnalazioni su tematiche interessanti e condivisibili da diversi atenei zairamagliozzi@yahoo.it.

Le archi-star nelle nostre Università: Mendrisio  (www.arch.unisi.ch)
23 ottobre 2006. Presso l’Accademia d’Architettura di Mendrisio si tiene la conferenza inaugurale di Tadao Ando.
Entrando nella grande hall del Palazzo Canavèe si scorge appena un piccolo uomo, sommerso da centinaia di studenti, che autografa il libro a lui dedicato (ANDO, Taschen) schizzando velocemente sul retro della copertina la Chiesa della luce. Da voci indiscrete si scopre che Ando, per questa occasione, non autografa nient’altro che il suo libro, che vuole bere solo un certo tipo di acqua, che al tavolo della conferenza non vuole nessuno, solo lui e il suo traduttore. Manie. Agli occhi della maggior parte degli studenti, seduto la c’è uno dei miti dell’architettura, una persona irraggiungibile, una vera e propria archi-star. Ma a guardarlo attraverso le sue piccole ossessioni, piuttosto che il mostro sacro si scorge l’uomo, sebbene avvolto in un’aurea dorata che incute un certo rispetto.
La conferenza inizia con delle diapositive proiettate su un maxi schermo. Tadao Ando, inaspettatamente, comincia a parlare dei suoi primi lavori, dell’inizio difficile e totalmente da inventare. Racconta di sé, delle sue ambizioni e dei suoi sogni di allora e di ora. Non è laureato, cosa che lo avvicina di più alla nostra dimensione terrestre. Ed è anche simpatico. Quando sul maxi schermo appare la foto del suo cane è definitivamente umano. Non una pianta, né una sezione. Solo una lunga chiacchierata di un signore giapponese che attraverso immagini ci parla di sé, e, qui sta il bello, nel parlare di sé, parla di architettura. All’uscita dalla conferenza, si sentono pareri scostanti. I più si lamentano perché non è stato mostrato nulla di tecnico, non è stato spiegato neanche un progetto. Ma hanno il libro autografato e potranno trovare la dentro quello che cercano. Per fortuna, altri sorridono perché hanno capito la ricchezza e l’unicità di una tale esperienza. Una battuta pungente fatta su Bush rivela molto dell’uomo e ancor più dell’architetto. E questo sul libro non c’è. Il rapporto con personaggi di questo calibro è sempre difficile, soprattutto per noi studenti. L’immagine mitica che avvolge le grandi archi-star spesso ci impedisce di apprezzare e conoscere davvero persone che prima di tutto sono uomini e che trovano proprio nella loro umanità, nel loro essere, la genialità che li rende poi grandi architetti. E’ cosa comune, nell’Accademia di Mendrisio incontrare Bolles+Willson, veder chiacchierare Zumthor con Botta, scontrarsi per un corridoio con Carmassi o incontrare a bere un caffè Citterio, Zenghelis, Mateus. Ma qual è il rapporto che s’instaura effettivamente?Quanto concedono loro e quanto sappiamo prenderci noi studenti?Nel peggiore dei casi, e come spesso purtroppo accade in Italia, il grande architetto rimane solo un grande nome che da prestigio all’Università. In altre situazioni, invece, si ottengono per lo più buoni consigli tecnici o di progetto, ma non si conosce la persona che si ha davanti, non si conoscono il suo modo di vedere le cose nè le sue opinioni su problemi di attualità che dovrebbero invece interessare l’architetto in quanto uomo che vive, racconta e costruisce il suo tempo. Nel caso concreto di Mendrisio, c’è un contatto più stretto (certamente dovuto al numero limitato di studenti, ma anche ad una didattica totalmente differente) dove, in una certa misura, si riesce ad abolire il rapporto studente-professore e costruirne uno molto più proficuo per entrambe le parti, di persona-persona. Con le dovute eccezioni del caso, perché quando tra la parola archi e la parola  star prevale la seconda, ci si dimentica la propria umanità e anche il proprio passato di studente.
Claudia Orsetti
 
Le archi-star nelle nostre Università: Ascoli  (http://architettura.unicam.it)
La facoltà di Ascoli Piceno si inserisce nell’argomento architettura, studenti e società non soltanto come università ma piuttosto come “realtà locale arricchita da star internazionali”.La sfida che essa si pone è infatti quella di rivestire il ruolo di organismo d’istruzione e disciplina e al contempo mediazione con la realtà intesa come città contemporanea: lo spazio in cui lo spettacolo dell’architettura ambisce a rivelarsi. Le opportunità di relazione con le grandi personalità sono di due tipi: da un lato incontri rivolti agli studenti, ove le archistar si presentano piuttosto come uomini che parlano di sé stessi, delle difficoltà incontrate e del modo di affrontarle, cioè docenti di vita prima che di architettura; dall’altro appuntamenti in strutture pubbliche site all’interno della città, ove le archistar si presentano con i loro progetti, idee e strategie permettendo anche agli spettatori ignari dell’architettura di avvicinarsi affascinati ad essa.
I nomi che possiamo citare sono quindi diversi: da Richard Orden ad Eduardo Souto de Moura, Lacaton e Vassal, Eisenman, Kengo Kuma, Thomas Herzog etc.. In conclusione uomini e segni, archistar e superarchitettura: forme di conoscenza del mondo prima ancora che di arte del costruire.
Valentina Micucci
 
Le archi-star nelle nostre Università: Roma  Valle Giulia   (www.vallegiulia.uniroma1.it)
Meier, Pei, Calatrava, Chiepperfield, e chi più ne ha più ne metta. Le conferenze di Valle Giulia sono state tante negli anni, e anche molto vissute dagli studenti che preferivano saltare le lezioni ordinarie pur di strappare un autografo, provare disperatamente a scambiare una battuta frettolosa o ancora peggio seguire il divo per i corridoi affollati e rubare attimi del suo tempo prezioso. Troppa esagerazione. Nel giorno di Meier la situazione era al limite del possibile. I posti in Aula Magna erano riservati ai prof. e assistenti vari (ovviamente!ma allora perché scegliere la nostra facoltà e non una sala congressi qualunque?) e agli studenti non rimaneva che seguire la conferenza nelle aule sparse per la facoltà, da un maxi-schermo e senza traduzione simultanea. Un disastro, la delusione dilagava, e l’evento perdeva quel significato per cui era nato: dare la possibilità agli studenti di imparare quello che nessuna monografia può insegnare, il modo di porsi e gli accenni del carattere di personalità emergenti, ma soprattutto l’occasione di confrontarsi direttamente con l’invitato. Ricordo ancora la domanda fatte a Pei sull’ossessione di molti per la relazione tra la Piramide del Louvre e il polverone alzato dal Codice Da Vinci. E come dimenticare l’italiano perfetto di Calatrava, lo sforzo e l’interesse dimostrato per rendere quell’ esperienza un momento importante. Per finire con Chiepperfield, scoprendolo quasi timido e molto meno star degli altri.
Esperienze che segnano ma che non devono essere casi isolati nella realtà universitaria, perché si coltivi una conoscenza critica non si limiti alla mera venerazione.
Zaira Magliozzi

RECENSIONI E COMMENTI
 
Ingrid Paoletti: Costruire le forme complesse. Innovazione, industrializzazione e trasferimento per il progetto di architettura
Edizioni Clup, Milano, 2005, 19 euro, 250 pagine
Ne parliamo con l’Autore.

1. Una breve auto-presentazione dell’ Autore
Misto sangue, architetto e dottore di ricerca, continuamente alla ricerca dei motori dell’innovazione tecnologica, con molta curiosità intellettuale e un obiettivo ambizioso: cercare di capire lo scenario architettonico che verrà per preparare gli studenti.

2. Perché questo libro?
Il libro nasce dal desiderio di rispondere ad alcune domande.
A fronte di progetti che hanno assunto una rilevanza mediatica fortissima, negli ultimi anni il dibattito architettonico sembra essersi incentrato quasi esclusivamente sulla questione del linguaggio, della espressione formale del progetto, della sua valenza espressiva; quali sono invece le tecnologie impiegate per realizzare questi progetti, come sono  realmente costruiti? Tecnologie innovative o tradizionali? Come funziona il processo organizzativo di queste opere? Chi realmente innova? Il progettista o magari gli specialisti oppure invece l’industria?
Alcune risposte le ho trovate – e scritte – altre sono ancora sul tavolo.

3. In che senso forme complesse?
All’interno del libro alla definizione di progetti dalle forme complesse ho ricondotto almeno tre categorie: quelli dalle forme cosiddette “fluide”, ossia con superfici non riconducibili a geometrie euclidee (Gehry per tutti), quelli caratterizzati da una complessità a livello del sistema o del componente (le cellule romboidali del Prada Store a Tokyo di Herzog e De Meuron) e infine quelli nati dalla relazione tra modello architettonico e statica di comportamento dei materiali (Kas Oosterhuis per esempio).

4. Nel libro si parla di innovazione forte e innovazione debole. Che differenza c’e' tra i due tipi di innovazione? Ci fai qualche esempio?
Debole e forte sono le categorie interpretative con le quali ho voluto leggere i progetti per verificare la rispondenza tra la scelta di una forma complessa e la sua costruzione.
Per cui per “forti” ho considerato le innovazioni che sfruttano le tecnologie al massimo delle loro potenzialità non solo da un punto di vista squisitamente tecnico ma anche formale, procedurale o organizzativo. Nelle “deboli” ho invece incluso le innovazioni frutto di una elaborazione minore, di miglioramenti graduali.
Per esempio nel progetto del Museo Mercedes di UN Studio c’è una sofisticazione fortissima a livello del processo organizzativo, delle strutture, dell’involucro e dell’interazione tra i soggetti, mentre al contrario nel centro commerciale di Selfridges di Future Systems, un edificio “a blob”, in realtà la costruzione è avvenuta con cemento a spruzzo e dischi in alluminio, tecnologie tradizionali adattate alla forma complessa.

5. Stessa domanda per la differenza tra personalizzazione forte e debole e per quella tra trasferimento forte e debole..
La personalizzazione della produzione forte si riferisce a quei progetti nei quali l’industria è spinta a elaborare soluzioni a da hoc per la risoluzione di problematiche tecniche complesse, creando una sinergia in tutta la catena del progetto dalla ideazione al cantiere ( il caso del BMW in costruzione a Monaco è tipico) , quella debole rappresenta una piccola variazione sul prodotto, spesso si tratta di  mass-customization, ossia di una personalizzazione misurata al prezzo di quella di massa grazie all’evoluzione nelle macchine a controllo numerico (esemplare il caso dei rivestimenti metallici personalizzabili anche per quantitativi molto ridotti).
Il trasferimento forte consiste nell’adozione di sistemi e componenti costruttivi che sono stati sviluppati da altri settori e che vengono utilizzati in architettura con tutte le implicazioni tecniche ma anche formali che essi possiedono, quello debole è quello tipico invece dei materiali, tramutati nelle loro caratteristiche ma maggiormente “neutri” nell’impiego.
Per il primo tipo un esempio può essere quello delle reti metalliche, per il secondo i film ottici, i materiali che impiegano nanotecnologie, etc..

6. A chi e' rivolto il libro?
Nato per gli studenti a mio parere può essere una lettura introduttiva su un tema che nei prossimi anni occuperà la scena architettonica e toccherà molto da vicino il progettista e l’ambito delle sue competenze.

7. Tre motivi per comperarlo.
Ci sono disegni di dettagli che non si trovano altrove, è completamente tradotto in inglese, ha una bellissima introduzione di Andrea Campioli.

8. Il titolo di uno o due libri per approfondire l’argomento....
Un pò “esterofilamente” di sicuro, Chris Abel, Architecture, Technology and Process, Architectural Press, Oxford, 2004 e Daniel Schodek, Martin Bechthold, James Kimo Griggs, Kenneth Kao, Marco Steinberg, Digital Design and Manufacturing: CAD/CAM Applications in Architecture, John Wiley & Sons, 2004.
Tra le riviste il numero di Area dal titolo Construction.

ARTE a cura di Paolo Raimondo

Intervista a Simona Weller
In occasione della mostra Cer-Ammiccando presso i sotterranei di Palazzo Ricci in via Giulia, Roma da mercoledì 15 novembre (ore 16.30) abbiamo intervistato l’artista Simona Weller.
 
1.   Come ha deciso di confrontarsi con la tecnica della ceramica?
Negli anni Novanta ho cominciato un ciclo di quadri in rilievo con un frammento di parola cui veniva dato risalto macroscopico. Ho così deciso di trasferire questa ricerca nella manipolazione dell’argilla.
 
2.   Che rapporto c’è, nelle opere esposte, tra materia e colore?
La mia ricerca consiste nell’ inventare nuove forme, nel domare il segno e il colore. Ho sempre amato la materia, e il lavoro con l’argilla completa l’emozione che mi infonde il colore.
 
3.   Il segno scritto, ricorrente nei Suoi quadri, è rilevante anche nelle ceramiche esposte?
Nei miei quadri appaiono parole come erba, mare, grano e particolari di una scrittura. Questi segni-colori, a volte non leggibili, sono presenti anche in alcune mie sculture come decoro della superficie.
 
4.   È stato problematico il passaggio dalla bidimensionalità al lavoro dell’argilla?
È stato un passaggio quasi naturale, ispirato anche dall’idea di sfogliare la materia come un libro.
 
5.   Pensa che l’artista debba sentire la necessità di comunicare alla gente comune, di farla entrare nel suo mondo?
È molto importante avvicinare le persone all’arte. Il Bauhaus ha applicato l’arte alla vita comune, e con questa mostra ho voluto proprio dimostrare che la scultura può essere non solo  un elemento decorativo, di abbellimento, ma anche un oggetto da usare nella vita quotidiana. Infatti, le mie sculture possono essere vasi, basi per lampade…
 
6.   Come vive il rapporto tra le diverse forme di arte?
Il mio campo di sperimentazione oscilla tra la poesia, la letteratura, la pittura, la scultura. Solo gli impiegati del pennello non osano avventurarsi in altri campi. Io ho avuto l’ambizione di sperimentare, e il coraggio di farlo.

LETTURE D'AUTORE a cura di Diego Barbarelli
Lo sguardo dell'architetto ci conduce alla lettura di un capolavoro di architettura (con passione e competenza). Le domande possono essere sostituite, integrate e manomesse in qualsiasi modo.

Risponde: Massimiliano Rendina
1. Lo studio di quale opera è stato fondamentale nella sua formazione di architetto?
Mi immalinconisce un po’ ripensare al passato; per rispondere alla domanda devo però necessariamente ritornare agli anni stupiti e distratti dell’università.
Sarà stato forse il quarto anno di corso (da poco avevo capito che non bastano pipa e cappello sulle ventitrè per essere artisti) quando in me nacque un grande amore per Alvar Aalto, pari forse solo a quello avuto per Walt Disney appena qualche anno prima. In effetti sollecitato da un professore della Facoltà di Napoli avevo visitato, con un insolito accompagnatore (mio padre), il cantiere del complesso parrocchiale di Riola di Vergato, minacciato sotto un cielo plumbeo da un Reno in piena spettacolare. Le due azioni successive, di scrivere il commento alle foto fatte e di proiettarle pubblicamente al corso, mi modificarono profondamente.
 
2. Per quali motivi ritiene questa opera ancora attuale?
Ritengo attualissime tutte le opere di Aalto.
In esse è sempre centrale il ruolo sociale dell’architettura. Funzione e luogo determinano inequivocabilmente la forma dei manufatti, sempre privi di fronzoli. Gli stessi principi, con varie modulazioni, ritengo valgano anche per le opere di tanti altri maestri del moderno ed in genere per quasi tutta l’architettura italiana del secondo dopoguerra.
Temo che l’architettura contemporanea sia ostaggio di una schiera lunghissima di epigoni.
 
3. In quali caratteristiche del suo progettare ritiene l’abbia influenzato?
Volontariamente (nei principi) o involontariamente (nelle forme) mi ha forse sempre influenzato e temo (spero) che continuerà a farlo.
 
4. Ci segnali un articolo o un libro o una rivista da suggerire a chi vuole approfondire lo studio dell’opera.
Certamente l’opera completa del maestro (terzo volume) potrà essere utilissima; ancora più facile e utile per un approfondimento potrà essere prendere il treno o l’auto, direzione Bologna.

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi

Architettura e politica ad Ascoli
La Facoltà di Architettura della Università di Camerino (sede di Ascoli Piceno) - Dipartimento di Progettazione e Costruzione dell’Ambiente organizzano il 22 e 23 novembre 2006 ad Ascoli (presso il Convento dell’Annunziata) il convegno: Architettura e Politica: progetto e pensiero critico. Intervengono tra gli altri: Pier Vittorio Aureli, Stefano Catucci, Pippo Ciorra, Paolo Desideri, Renato Nicolini, Franco Purini, Antonino Terranova.
Il testo di presentazione: “Parlare di Politica oggi significa partire da una accezione assai labile del concetto di “polis”, oscillante tra la mortificante resistenza delle istanze di conservazione e la dilagante omologazione delle forze del mercato. Pur tuttavia si tratta di una condizione che la cosa pubblica ha già da tempo metabolizzato, rinunciando alla trasformazione e al governo del territorio in favore di un ruolo di semplice gestione amministrativa. Proprio da qui può prendere le mosse una riflessione concreta che provi ad affacciarsi sulla voragine che si è aperta tra le belle speranze della cultura e la cruda realtà dell’economia e della società.
Che tipo di relazione esiste oggi tra architettura e politica? Può l'architettura proporsi come azione politica che parta proprio dalla tabula rasa ideologica e dal trionfo della tecnica economico-amministrativa come pensiero unico e definitivo - a destra come a sinistra - del governo del territorio? Esiste un terreno di confronto tra architettura e politica e un ruolo del progetto architettonico al di là della mera e spesso illusoria gestione delle forze del mercato o dell’ingenua, ottimistica immaginazione del futuro a venire? E dove il progetto può attingere il senso della sua azione in un’epoca i cui tra idea di futuro, alla quale non può che appartenere, e mondo della finitezza esiste una sconnessione inesorabile? In che misura il consumo dei linguaggi e la frenesia comunicativa, che di fatto ha azzerato i contenuti e appiattito il dibattito, apre nuovi scenari? Più in generale, la Politica è dentro o fuori il progetto?
Sono questi alcuni degli interrogativi che il convegno Architettura e Politica vuole sollevare, affrontando le questioni che precedono la prassi politico-architettonica come semplice metodo di organizzazione delle forze che agiscono sul territorio e rimettere al centro della discussione il fare architettonico come proposta culturale specifica, che superi un’idea di architettura come “soluzione” dei problemi della Politica o peggio della società.
In una condizione come quella odierna in cui le istanze territoriali locali, alla scala del nostro paese come a quella dell’Europa, sembrano intrappolate tra le strategie delle politiche nazionali e internazionali e le “pulsioni” del mercato globale, l’architettura non può fare a meno di una lettura critica dei processi storici in cui è coinvolta: una lettura che illumini la coscienza del suo passato moderno e postmoderno, e riprenda il filo interrotto di una narrazione complessa ma organica delle sue vicende rimettendo in gioco il progetto architettonico nella concretezza del presente” (comitato promotore : Umberto Cao, Massimo Ilardi, Gabriele Mastrigli).

SEGNALAZIONI
 
Isole del tesoro
Le isole del tesoro è un programma di laboratori progettuali ideato e organizzato da iMage e promosso dalla Regione Toscana insieme ad una rete di 8 Comuni con l'obiettivo di incoraggiare nel territorio toscano la sensibilità verso i temi della cultura architettonica contemporanea, nel rispetto del paesaggio e della storia dei luoghi.
7 fra i più validi gruppi di progettisti emergenti in Italia -5+1AA, Carlini & Valle architetti associati, gruppo A12, IaN+, Id-lab, ma0, Marco Navarra (NOWA) - hanno guidato 85 giovani architetti di diversa estrazione in viaggio attraverso il paesaggio toscano, alla scoperta di nuove prospettive di creatività.
Capoliveri, Lastra a Signa, Peccioli, Poggio a Caiano, Prato, Rio nell'Elba, San Gimignano, San Giovanni Valdarno sono le isole e le tappe di questo percorso, scenari di nuove visioni capaci di creare un ponte fra passato e futuro, fra territori consolidati e linguaggi contemporanei.
La mostra racconterà e illustrerà i progetti realizzati durante il laboratorio, pensati per avvicinare i paesaggi suggestivi della Toscana all'architettura contemporanea.

Cutting Edge Bombay
“Learning from cities” Workshop internazionale di progettazione.
22 scuole di architettura di tutto il mondo (tra cui le più famose e quotate internazionalmente sono Harvard University GSD, MIT Boston, AA School London, Berlage Institute Amsterdam, Tsinghua University Beijing, Royal College of Arts London) sono state invitate a elaborare proposte progettuali sulle megalopoli in mostra alle Corderie dell’Arsenale.
Premio speciale per la migliore Scuola di Architettura
Attribuito dalla Giuria della 10. Mostra Internazionale di architettura della Biennale di Venezia, formata da Richard Sennett (Presidente), Amyn Aga Khan, Antony Gormley, Zaha Hadid
Motivazioni della Giuria (estratto)
“I Premi celebrano la qualità dei contributi, in particolare nelle città che oggi si stanno sviluppando più rapidamente. La Giuria ha voluto valorizzare nuove idee per la pianificazione dell’ambiente, per l’edilizia abitativa e per i trasporti. Abbiamo voluto premiare la partecipazione delle persone – gli abitanti stessi delle città – alla creazione di un’architettura a misura d’uomo. Abbiamo assegnato Premi ad architetti e progettisti che hanno reso possibile questa partecipazione, realizzando edifici e progetti che possono essere diffusi, adottati e adattabili alla diversità delle città di tutto il mondo. (...)
Il Premio speciale per le Scuole di architettura viene conferito alla I Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino per un progetto su Bombay. Il nostro plauso va alla preparazione scientifica e all’immaginazione di questo gruppo di studenti nonché all’impegno collettivo della progettazione di nuove case per famiglie indigenti”.
CUTTING EDGE BOMBAY
coordinatore: Pierre-Alain Croset
tutors: Michele Bonino, Subhash Mukerjee
consulente: Rahul Mehrotra, Bombay
studenti: Tomà Berlanda, Marco Boella, Rita D’Attorre, Valeriano Foti, Manuela Martorelli, Rachele Michinelli, Marianna Nigra, Caterina Pagliara, Federica Patti, Paolo Remogna, Francesco Stassi
Ringraziamenti: Massimo Fantini
In ricordo di Teresio Fantini

Concorso per il lungomare di Fregene
Si è concluso l’iter concorsuale per la Riqualificazione del Lungomare di Fregene.
Quarantacinque concorrenti, per 72 proposte complessive, distribuite sui tre temi di concorso che dovranno risanare la situazione di sofferenza in cui versa da lungo tempo questa prestigiosa promenade litoranea, realizzandone, nelle intenzioni dell’Amministrazione Comunale di Fiumicino, una nuova immagine distintiva e di richiamo. Fregene ha bisogno di rigenerarsi sul piano dello spazio pubblico; è qui che l’Amministrazione vuole agire per ricucire il tessuto di tanta prestigiosa architettura privata già presente. E lo strumento concorsuale è la maniera più giusta per perseguire la qualità necessaria.
E’ quanto hanno esposto il Sindaco Mario Canapini, la Responsabile del Procedimento Patrizia Di Nola, Il Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma Amedeo Schiattarella e la Responsabile del Settore Concorsi dell’Ordine Paola Di Giuliomaria alla presentazione e premiazione dei progetti vincitori che si è tenuta il 9 novembre presso la Sala Consiliare del Municipio di Fiumicino.
Per il Progetto Waterfront sono risultati vincitori:
Paola Dell’Aira e Paola Misino (RDM Studio) con Luca Catalano, Martino Ruggieri, Rosa Topputo, Piergiorgio Troiano
Per il Pontile attrezzato:
Paolo Portoghesi con  Valter Bordini, Petra Bernitsa, Rossella Sinisi, Lucia Ferroglio, Flavio Mangione, Luca Senatore, Giampaolo Vitali
Per i Varchi a mare: Beatrice Bordoni Con  Mariella Annese, Valeria Roberti, Alessio Ciliberti
Del PROGETTO WATERFRONT, oltre alla qualità della soluzione morfologico-compositiva, è stata sottolineata, dalla Giuria, la lodevole e strategica strutturazione secondo un  progress in cui  disegno e attuazione si distendono nel tempo con interventi in successione organizzati in 2 livelli principali (con un 3° eventuale), che ben si sposano con le necessità di programmazione finanziaria di un’opera estremamente vasta e consistente:
Il 1° livello prevede un PROGETTO DI SUOLO che ridefinisce l’intera sezione stradale con PARCHEGGIO LINEARE ribassato e superiore PIASTRA ATTREZZATA: Passeggiata Lungomare, piccoli servizi commerciali, infrastrutture di arredo ed illuminazione pedonale e Parco Lineare.
Il 2° livello, di successiva implementazione, è rappresentato da nuclei di specifici servizi ed attrattività (POLARITÀ DEL LUNGOMARE)
Dalle sinergie tra i due gradi di interventi, nasce il 3° programma di iniziative progettuali che prevede l’uso del piano ribassato secondo diversi cicli funzionali: un prevalente uso a parcheggio durante la stagione estiva ed una prevalente destinazione ad  attività didattiche, convegnistiche ed espositive nella stagione invernale.
Del PONTILE ATTREZZATO, una realizzazione plasticamente adagiata sull’acqua, di grande complessità spaziale e variabilità d'uso e di fruizione, è stata soprattutto apprezzata l’immagine di richiamo, affascinante e magnetica, necessaria per far emergere il luogo pubblico nella vasta distesa di ripetitive strutture private; è stato sottolineato il carattere di landmark rispetto alla stesura orizzontale del litorale: requisito fondamentale, che nel limitato sviluppo in altezza è sufficiente però a rendere il nuovo intervento ben visibile, e che, unito al carattere di trasparenza, lo mette in ottimo rapporto con l'immagine del mare, mutevole, trascolorante, sensibile alla luce e al suo riverbero……
E’ stata inoltre rimarcata l’originalità della proposta, certamente autografa, ma giustamente desiderata per quell’intervento che si configurava come il più ‘puntuale’ nella rosa dei tre temi previsti.
Per i VARCHI A MARE, è stata soprattutto apprezzata la semplicità e la chiarezza dell’insieme compositivo che ha saputo riorganizzare e riqualificare lo spazio optando per una riduzione di segni, nel pieno rispetto del contesto ambientale e naturalistico, attraverso l’impiego di materiali naturali, elementi architettonici e di arredo dalle forme essenziali.
Due materiali (il legno e il basalto) creano una piacevole e interessante sequenza di episodi, sensibili alle visuali del paesaggio urbano e naturale; il materiale in questo senso ‘significa’ i luoghi, segnalando, con successioni, scarti e dilatazioni, i luoghi di sosta e dello “stare”, dove la socialità e la dimensione collettiva predominano sullo spazio per l’esperienza individuale del cammino. Altro aspetto fondamentale è l’inserimento di elementi verticali, i totem, interpretati come moderne soglie, posti a individuare i varchi nella caotica successione dei lidi privati.

Ispirina C – Idee a lento rilascio
Il gruppo artistico LS_33 è lieto di invitarti Venerdì 17 Novembre 2006 dalle ore 21,00 all’evento artistico: “Ispirina C – Idee a lento rilascio” Ambientazione video-musicale con esperienze sensoriali.
In occasione della rassegna “Scrittori in Città” il gruppo creativo LS_33 desidera realizzare un particolare evento che stimoli le tue percezioni corporali.
Ti aspettiamo, in questa serata di tardo autunno, presso il nostro laboratorio dove cercheremmo di agire sui tuoi sensi, sopiti dal brusio tecnologico. Essi saranno sollecitati e coinvolti in diverse esperienze sensoriali realizzate con particolari opere artistiche.
Appena entrerai un’installazione stimolerà il vostro olfatto con materiali raccolti da Domenico Olivero nei suoi viaggi intorno al mondo. Un poco più in là una grande parete, opera di Alfredo Dellavalle, presenterà le molteplici attività che LS_01 sta realizzando come nuovo luogo d’incontro e scambio sul territorio cuneese. Subito dopo l’opera tridimensionale di Frank Priola porrà le dinamiche del movimento coinvolgendoti in una suggestiva forma spaziale. Mentre Franco Ariaudo trasformarmerà la bi-dimensionalità di un quadro in una esplosione di materia. Rendendo il colore scultura amorfa che lentamente conquisterà lo spazio circostante, porgendosi al tuo tatto. Sulla dinamica della percezione fisica è anche il segreto progetto “Touch me” ideato da Anna Olmo e Paola Rattizzi. Altra sollecitazione subirà la tua vista con le variazioni focali di Pinuccio Revelli. Una serie d’immagini, che si raggruppano in una nuova percezione, invitandoti a riflettere sulle tue convinzioni e abitudini. Accanto Alessandro Paseri trasformerà l’elaborazione dei suoni, dopo averli selezionati in una lunga ricerca musicale, in un flusso d’immagini in movimento creando particolari suggestioni. A sollecitare l’ultimo senso, cioè il gusto, ci saranno succulenti cibi e allegre bevande che ti ristoreranno durante la movimentata serata.
Durante tutte ore eventi a sorpresa, reading letterari, proiezioni, musica, danze…
Luogo: LS_33 - C.so vittorio Emanuele 33 - 12100 Cuneo (Italia)
Data : inaugurazione ore 21,00 di Venerdì 17 Novembre 2006, aperto Sabato 18 e Domenica 19 sempre dalle ore 21,00 . Orario: dalle ore 21,00 alle 23,00. Ingresso libero
E-mail: ispirinac@libero.it.

Un ricordoo di Pasquale Culotta
Sul nostro Blog è stato appena pubblicato un ricordo della figura di Pasquale Culotta ad opera di Teresa Cannarozzo. Siamo speranzosi che a questa necessaria e toccante riflessione altre nei prossimi giorni se ne aggiungeranno.
Un caro saluto da
Giuseppe, Davide e Daniele.
 <http://www.parliamodicitta.blogspot.com <http://www.parliamodicitta.blogspot.com> >

LETTERE
 
Maurizio Favalli sulla piramide del Klein Matterhorn
Caro LPP, leggo sul sito del Corriere della sera (www.corriere.it) che è in progetto la costruzione di una piramide di vetro e acciaio in cima ai 3850 metri del Klein Matterhorn (il Piccolo Cervino). L’edificio - progettato da Heinz Julen e Ueli Lehmann, che anno vinto il concorso bandito dalla società svizzera Zermatt Bergbahnen - sarà alto 117 metri e culminerà con una piattaforma panoramica vetrata posta a 4 mila metri slm. Dentro la piramide, ristoranti, spazi multimediali e un albergo, il tutto pressurizzato per evitare ai frequentatori problemi di respirazione e mal di montagna, vista la rarefazione dell’ossigeno a quella quota. Leggo, ancora, che dalla piattaforma, servita da ascensori che correranno esternamente lungo le pareti della piramide, “i turisti potranno così ammirare da vicino crepacci e vette, un’esperienza che normalmente è possibile solo partecipando a escursioni guidate”. Vinto lo sbigottimento, superato il conflitto d’interessi generato dal dirigere una rivista come Costruire e dall’essere contemporaneamente un montagnino praticante, accantonato anche l’interrogativo su ciò che toccherà vedere a chi preferisce sudare e faticare per arrivare a quelle vette e a quei crepacci, mi sono posto una domanda, che ti giro: cos’è questo, il lato oscuro dell’architettura? Oppure non c’è da stupirsi, dopo aver visto costruire edifici che lanciano sfide tecnologiche sempre più ardite ma si preoccupano sempre meno del posto in cui sorgeranno?  Un abbraccio Maurizio

Enrico Masala su Gregotti e il Corsera
Caro LPP, si leggono da tempo, nel Corriere della Sera, allarmi "architettonici" sull'invasione del Belpaese da parte di stranieri non meglio identificati.  Nell'ultimo, del 29 ottobre, parlando del libro "L'architettura nell'epoca dell'incessante", di Vittorio Gregotti, Pierluigi Panza fa scendere in campo uno schieramento veramente imponente: Bergson, Benn, Houellebeq, Wind, Lutero, Kristeller, Braudel, Vattimo, Paci e, last but not least, Riegl. Per l'autore dell'articolo, Gregotti fa una critica "spietata" "... che raggiunge i più alti vertici". Panza riferisce che Gregotti non sa come "muoversi in quella che per lui è una putredine.". Viene naturale chiedersi: di cosa parlano, i due? l'uno con le parole dell'altro? dell'architettura contemporanea? Ma di chi? chi sono questi esponenti della "pseudo classe creativa, quelli che hanno perso l'artisticità per l'originalità…"boh! nessun nome. Non parlerà mica della Hadid? O di Gehry? Ma dai… Certo, sarebbe bello se Gregotti avesse lo stesso spazio anche su importanti riviste internazionali: Architectural Record, su L'architecture d'aujour'dhui... però non succede. Peccato. Come mai? Viene il dubbio, allora, che non era il caso di dedicare tanto spazio a questi allarmi contro la barbarie e sarebbe meglio, per un giornale così importante, guardare più lontano, all'idea di architettura nel mondo di oggi, che non è certamente il Teatro della Bicocca. Una curiosità: il Gregotti di cui si parla è lo stesso che compare nel consiglio di Amministrazione del Corriere? Chi me lo può dire? Grazie Enrico Masala

Domenico Pepe su Vema, città secolare
In una bella lezione di urbanistica Pasolini osservò che la città si percepisce come tale nel momento in cui c’è un rapporto tra il costruito e la natura.
La presenza si percepisce perché vi è un’assenza.
In tutte e due i casi si spera che nei luoghi rimanga, al variare delle componenti interne, una qualche memoria.
La presenza è una forma organizzata e segnata da continui mutamenti interni, prodotti dalle più diverse necessità politico-socio-culturali, che ha potuto rendersi nota dalla definizione del limite della città.
L’assenza non è assenza del costruito quindi è modificabile nei termini di basso impatto ambientale.
La ragione è unica: in poco meno di 20 anni il territorio nazionale coperto da cemento è passato dal 2% al 4%.
L'ammasso continuo tra 2 città su cui far insistere un nuovo agglomerato urbano non è altro che la presa d'atto di una sconfitta. L'urbatettura non riesce più a difendere il paesaggio/la campagna/la terra-madre. Preferisce la strada più breve: costruire nuove città. VEMA è una sconfitta per gli architetti. Tutto ciò ricordando quello che accadde intorno agli anni ’60 a Roma: vennero preferiti, nel centro della capitale, gli autobus ai tram perché erano simbolo di modernità.
VEMA non è moderna: VEMA ha già 2.000 anni.
PD

Marco Genovese su Rosario Pavia
Letta l'intervista a Rosario Pavia. Molto lucido e onesto. Non sono d'accordo tuttavia sull'individuare il gran numero di studenti in rapporto alla domanda di mercato come causa della crisi dell'insegnamento. Ne sarebbe forse piuttosto un sintomo. E parlo come pessimo studente ovviamente .Ma non ho paura di fare il cameriere da grande. Posso sempre dire la mia sull'archittetura servendo i tavoli. E i clienti dopotutto potrebbero sempre commisionarmi un camino magari fra un piatto di spaghetti e una bistecca fiorentina. Certo sarebbe più sano lavorare in un cinema porno. Mi darò da fare.Sull'identità e sulla presunta crisi italiana , che a ben vedere forse non esiste , mi viene in mente qualcosa che balbetto in autobus da solo e provo a scriverlo. Te lo mando .Chissà che non possa essere uno spunto per iniziare a sgomberare il campo da equivoci. Viva
l'università dei caffè e che il mercato vada a farsi un caffè! Magari finalmente incontriamo la committenza!
 
La domanda è : cosa  determina l'appartenenza ,  la concezione o la  la realizzazione ? Non vi è mai capitato di fronte a un palazzo romano dell'ottocento di rimanere per un attimo interdetti se qualche amico vi chiedeva di che periodo fosse?Un'opera prodotta con una concezione passata appartiene al presente?E' possibile distaccarsi dal proprio modo di vedere le cose?Il trasporto attraverso le coordinate spazio-temporali?O siamo legati indissolubilmente al contesto? Sul piano materiale l'appartenenza è incontrovertibile. Non avete mai raccontato una barzelletta fuori luogo?Se sbagliate contesto o tono della voce o ritmo non fate ridere nessuno. Una realtà troppo analizzata forse è più cosciente ma rischia la paralisi del sospetto paranoico che tutto già è stato fatto e non resta altro che falsificare . Se tutto è fungibile usciamo dalla storia per entrare nel mercato: ovvero usciamo dal tempio grazie alla scienza per poi rifugiarci in un capannone per il panico di aver visto la fine e non aver niente a cui affidarci , un'idea con cui serenamente congedarci dal mondo e dalla nostra musa. Antidoto:capacità di riferirsi ad un altrove di essere ex-centrici , come dice il mio amico medico, di avere il centro fuori da noi stessi ; capacità di vivere una pausa di sileziosa tensione come prima che il maestro dia il via all'orchestra e se ne sta lì sospeso;capacità di immedesimarsi in un pensiero al punto di esserne posseduti ed esprimerlo fedelmente: la virtù dell'attore insomma o dello spettatore , l'empatia l'entusiasmo l'euforia l'allegria sono caratteristiche che ci rendono umani.Costruire se stessi lavorando :ovvero la realizzazione come pretesto per acquisire coscienza di sè e dei propri limiti. Preparare gli strumenti  e i procedimenti per affrontare un problema  e tenere ben chiaro che il risultato sarà valido in relazione al modello della realtà che si è costruito.E qui sta il nocciolo: quali sono gli strumenti e i procedimenti dell'architettura? Ciascuno come nella vita (e questo è il regalo delle avanguardie artistiche del novecento) si sceglie i propri e in base a alle sue scelte potrà criticare se stesso e forse gli altri.Questa è la sfida dell'utopia. Questa è la maniera di contrastare il cinismo serpeggiante.
Non siamo minimal nè post nè  modern  nè  high nè low siamo l'idea che ci portiamo dentro di fare le cose e gli stumenti e le forme siamo liberi di cambiarli . Ciò che determina lo stile è la posizione metafisica.Si può essere convinti che la varietà delle manifestazioni della realtà sia riconducibile ad  un'origine unica oppure che le origini siano tante e che solo dalla loro integrazione si raggiunge l'unità , ci si può fissare sulle analogie e sulle differenze ma per scopi completamente opposti.Cercare di non aver bisogno di ciò che non si riesce a costruire ma di desiderarlo con cura e cercare di comprenderne la struttura. L'importante non è possedere o appartenere  ma aver costruito la propria identità. Il giardino è del giardiniere.E poi ricordare che si può andare a caccia di uccelli anche con le reti arrampicandosi sugli alberi e magari finire in Francia a parlare con Voltaire per caso incontrato ad una festa un po' ubriaco .

EMERGENZA PIAZZA ARMERINA
 
Interviene: Franco Tomaselli
La villa romana del Casale di Piazza Armerina è in pericolo.
Il restauro emblematico progettato da Franco Minissi nel 1957 e l’integrità del monumento sono minacciati da un intervento di ripristino multimilionario sostenuto dall’alto commissario Vittorio Sgarbi.
Se non si reagisce in tempo potremmo assistere alla scomparsa dell’ennesima testimonianza dell’operosità di Minissi nell’ambito del restauro archeologico.

Una cultura diffusa anche nei livelli di maggiore scolarizzazione, che traspare altresì dagli organi di informazione, induce a considerare il restauro come un momento assai positivo nella vita di un’opera d’arte e si ha l’impressione che i migliori risultati si ottengano con grandi quantità di denaro. Questo è falso!!!
L’esecuzione di un restauro rappresenta una sconfitta degli organi di tutela e della società tutta perché costituisce il conseguente epilogo di una lunga e colpevole omissione di atti, e registra una mancanza di interesse e di passione per i monumenti, che si è costretti a sanare con il restauro, che, nella quasi totalità dei casi, sarebbe altrimenti evitabile.
Forse è meglio ribadirlo: il restauro, anche quello che più si avvicina alla conservazione integrale, è atto traumatico che va prevenuto con opere di manutenzione. Il miglior restauro è sempre quello che può essere evitato, a garanzia dell’integrità del patrimonio culturale che conserverebbe l’aura della sua autenticità con il conseguente risparmio delle risorse economiche della collettività.

Questo preambolo è utile per meglio argomentare il gravissimo pericolo che sta correndo il noto sito archeologico della villa romana del Casale di Piazza Armerina in cui si pretende di eseguire un così detto “restauro” del valore di 25 milioni di euro (a quanto pare 18 + 7 provenienti da finanziamenti di diversa origine).
Dopo la fortuita scoperta e i successivi scavi, una prima copertura veniva realizzata nel 1942, nel Triclinium, sopra i mosaici con le Fatiche di Ercole, su progetto dell’architetto Piero Gazzola, a quell’epoca Soprintendente ai monumenti della Sicilia orientale. Pilastri di mattoni sostenevano una struttura con capriate lignee, tavolato e coppi alla siciliana. Ma quel primo esempio di copertura non convince, è troppo pesante e oppressivo dei resti archeologici. Soltanto nel 1957, dopo avere portato il tema all’attenzione del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti, il Ministero della Pubblica Istruzione dava incarico all’architetto Franco Minissi di progettare una protezione con tettoie trasparenti e leggere. Al progetto delle coperture della villa del Casale partecipava attivamente Cesare Brandi storico dell’arte e teorico del restauro di fama internazionale, in quel tempo direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro. In un saggio sulla conservazione delle architetture allo stato di rudere pubblicato sul Bollettino dell’ICR nel 1956, Brandi trattava ampiamente il tema della villa del Casale esponendo la possibile tipologia delle proposte di copertura dei resti della villa. Quella tradizionale pesante e invasiva, del genere di quella realizzata da Gazzola (in pratica molto simile al progetto che si vorrebbe realizzare oggi), quella in forma di grande cupola in cemento armato, conservativa per i ruderi ma non per l’ambiente (molto simile ad un altro progetto proposto nel 2004) e, infine, quella leggera e trasparente che riteneva la più idonea.

Grazie alla razionalizzazione del montaggio dei vari componenti, essenzialmente esili strutture metalliche ed elementi modulari in vetro o in laminato plastico trasparente, nel 1958 (in meno di un anno), l’opera protettiva per la conservazione della villa romana del Casale veniva completata. Con un impegno economico minimale, dunque, guidato da un progetto museografico di grande ingegno e originalità, si è resa possibile la salvaguardia del complesso architettonico e la sua fruizione, con oltre duemila metri quadrati di mosaici coperti. Ma questi sono solo gli aspetti più pratici di quel progetto che però nella sua essenza contiene la massima concentrazione delle speculazioni intellettuali intorno al restauro dei monumenti elaborate nella prima metà del Novecento e, generalmente, valide fino ad oggi. L’attività progettuale di Minissi, che si svolge dopo la seconda guerra mondiale, si collega al dibattito sugli obiettivi del restauro che insieme allo stesso Brandi vede protagonisti, tra gli altri, Renato Bonelli, Guglielmo De Angelis D’Ossat e Roberto Pane, che disquisiscono intorno alla sua codificazione. Il restauro è sempre da intendere con finalità conservativa ma nella feconda dialettica tra processo critico e atto creativo, nella prospettiva del raggiungimento della reintegrazione dell’immagine mutila, ove se ne presentasse l’assoluta necessità. L’opera di Minissi, svolta a servizio della conservazione del patrimonio archeologico, si è fatta interprete di questo dibattito ed ha tradotto le istanze teoriche in concrete realizzazioni che possono considerarsi, per ciò che riguarda l’accostamento di materiali moderni a resti archeologici, il manifesto del restauro del XX secolo. Manifesto che rischia di essere definitivamente cancellato.

Col  progetto di Minissi si è ottenuto un apprezzabile equilibrio tra la necessità protettiva del sito, costituita dall’impalpabile struttura trasparente, ed il rispetto dell’atmosfera magica del rudere archeologico a cui, ma solo graficamente, si conferisce una ideale e non obbligata dimensione spaziale ormai definitivamente, dico definitivamente, perduta e mai più riconquistabile dalle supposizioni dei ripristinatori.
Proprio la Sicilia ha rappresentato il laboratorio per la sperimentazione di quelle nuove vie del restauro e proprio Minissi è stato autore di tanti progetti come quello delle mura urbiche greche di Capo Soprano realizzate in mattoni di argilla cruda, dove si adottava un rivestimento con lastre di vetro (1952); come quello della copertura del teatro di Eraclea Minoa con elementi sagomati in perspex (1962); come quello della chiesetta di epoca normanna di San Nicolò Regale a Mazara del Vallo (1963) in cui si ricostruiva la copertura non più esistente. Questa era composta da elementi metallici e piccole lastre trasparenti di perspex che emulavano l’apparecchiatura in conci di arenaria costituenti archi, volte e cupola e consentivano alla luce del giorno di inondare l’interno (di una bellezza strepitosa).
Forse pochi ricordano che le soluzioni restaurative appena citate non esistono più perché recentemente distrutte da ulteriori e dissennati restauri. Ma è mai possibile? Si è possibile. Ancora una volta questi esempi ci mostrano monumenti in cui non si è mai attuato il minimo piano di manutenzione e dove, per inerzia, si è atteso il lento disfacimento della materia, sia di quella introdotta con il restauro che di quella storica che si voleva proteggere.

In verità resta solo un’altro esempio di sito archeologico con copertura trasparente progettata da Minissi, ma per motivi comprensibili, preferisco non rivelarne l’ubicazione per evitare lo zelo di qualche “benintenzionato” portatore di favolosi finanziamenti.
Per tornare alla villa del Casale si può ancora notare che la soluzione della sua protezione ha trovato sempre entusiastici consensi e che quel progetto, che superficialmente si potrebbe definire datato, è ancora considerato come uno tra i più alti esempi del restauro di tutti i tempi.
In cinquanta anni la copertura della villa ha svolto egregiamente la sua funzione, praticamente senza mai ricevere opere di manutenzione, sopportando pure atti vandalici, tentativi di incendio, e addirittura un alluvione. L’alluvione verificatosi nel 1991 causava l’inondazione della villa e provocava il ricoprimento dei mosaici con una spessa coltre di fango. Questa poteva essere una buona occasione per mettere a punto un progetto serio di manutenzione e valorizzazione del complesso e di soluzione dei pericoli idro-geologici. Ma niente!!! Si sgombrano semplicemente fango e detriti senza avviare studi sulla conservazione dei mosaici. Gli unici interventi hanno sempre peggiorato la situazione climatica con la eliminazione delle soluzioni per favorire la circolazione dell’aria previste dal progetto originario della copertura.
Neanche l’inclusione della villa, nel 1997, nell’elenco del patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO ha fatto reagire i responsabili per indurli a promuovere minime azioni di tutela e opere di miglioramento dell’accoglienza (pensate 500 mila visitatori all’anno e neanche un gabinetto) o per scongiurare le azioni di vandali e ladri.

Per studiare la possibilità di combattere vandalismi e furti (l’ultimo, di due teste marmoree, è stato denunciato il 2 ottobre 2006) nel 2003 la Regione Siciliana aveva nominato Alto Commissario della villa l’ex generale dei carabinieri Bruno Conforti (una volta tanto la persona giusta al posto giusto) ma poi ci ha ripensato e ha conferito quella carica al dottore Vittorio Sgarbi, perché, a quanto pare, si è meritato quei galloni di difensore della villa dopo un coraggioso blitz effettuato alle quattro del mattino per cogliere, forse, eventuali delinquenti sul fatto. Da quel momento si è cominciato a discutere di possibili progetti, ma anziché di lotta alla criminalità i progetti, d’improvviso, sono diventati di restauro (ma che nesso c’era ?). Così ha iniziato a circolare la notizia di un favoloso finanziamento per realizzare una ciclopica cupola a protezione del sito archeologico.
Il timore di una profonda alterazione dei luoghi ha fatto insorgere le proteste ed io stesso ho raccolto varie firme in campo nazionale per sostenere l’iniziativa del prof. Nigrelli, dell’Università di Catania, che invocava giusti interventi per garantire la permanenza dell’opera di Minissi.
Dopo qualche tempo il commissario Sgarbi, che prima manifestava simpatie per una cupola di ben 120 metri di diametro e 30 di altezza (ora mi rendo conto che forse era solo uno specchietto per le allodole), rompe gli indugi e dichiara che il suo nuovo paladino è l’architetto Guido Meli, Direttore del Centro regionale del restauro, che sta elaborando un progetto conservativo (sic). Sembrava una battaglia vinta. Il restauro emblematico di Minissi poteva continuare a resistere con gli opportuni interventi di adeguamento. Una dichiarazione dello stesso Meli rilasciata ad un quotidiano confermava le sue intenzioni conservative: «Tutti i sostegni tubolari della copertura - dice Meli - sono oramai arrugginiti, vanno cambiati, un lavoro difficile, attraverso il quale dobbiamo ottenere un'adeguata aerazione ed una maggiore funzionalità dell'attuale sistema» (GdS 17-2-04).

Forse avrebbe dovuto allarmare l’esagerato impegno di spesa che si andava delineando, non sempre compatibile con chi vuole sinceramente conservare l’esistente. Io però ero rassicurato dal ruolo che riveste il Centro diretto dall’architetto Meli, che, pensate, si occupa della elaborazione, per tutto il territorio regionale, della “carta del rischio” che rappresenta il mezzo per evitare i restauri da svolgere in emergenza, perché valutando i rischi si può agire con opere di prevenzione. Sapevo pure che insieme al teatro di Taormina, uno dei progetti pilota di Meli era proprio applicato alla valutazione dei rischi della villa del Casale e questo mi tranquillizzava ulteriormente, anche perché non traspariva alcun immediato pericolo. Ma d’improvviso, forse per qualche malefico influsso, i guai sono arrivati tutti insieme.
Devo ringraziare il prof. Dezzi Bardeschi del Politecnico di Milano e il prof. Guerrera dell’Università di Palermo, che mi hanno informato, negli scorsi giorni, di un progetto definitivo di cui non avevo notizia. Ma l’impulso a scrivere queste righe, dopo aver assunto ogni possibile elemento, mi è venuto dopo la lettura di un articolo del commissario Sgarbi (che dispensa ingiurie a chi si è permesso di manifestare dubbi sulla sua iniziativa) pubblicato lo scorso 23 ottobre da “il Giornale” dal quale si comprende che dietro quel progetto di svariati milioni di euro non c’è alcun programma culturale, se non quello di spendere subito quei denari che altrimenti andrebbero perduti.
A questo punto rivolgo al commissario Sgarbi l’appello di non permettere che si distrugga, per i motivi che ho esposto, l’opera di Minissi, di essenziale importanza per l’evoluzione delle teorie del restauro. Sarebbe come, spero che lui capisca, togliere le opere di restauro di Raffaele Stern dall’arco di Tito.

Vorrei chiedere pure al commissario Sgarbi se ha mai valutato  quanto potrebbe essere fallimentare eliminare la struttura di copertura esistente, che di fatto ha svolto egregiamente la sua funzione per cinquanta anni, senza mai richiedere opere di manutenzione e tuttora efficiente, con un’altra costosissima che richiederebbe indifferibili e onerosissimi interventi continui. Forse l’alto commissario non è stato informato di quanto sia gravoso mantenere in stato di esercizio tutto il legno che dovrebbe mettersi in opera, e cosa richiederebbe tenere in ordine quei circa trentacinquemila metri quadrati di nuovo intonaco che si vuole introdurre.
E poi ancora chiedo al commissario di riflettere se vale la pena di eliminare l’elegante soluzione di copertura esistente nella villa per costruire quei pesanti ed ingombranti casoni di totale invenzione che, più che altro, ricordano un surrogato di edilizia rurale dove recarsi per acquistare uova fresche.
Spero che il buon commissario Sgarbi capisca che alla fine tutti quei quattrini, per i quali rivendica riconoscenza dai siciliani, se non impiegati oculatamente, saranno solo la più grande iattura che poteva capitare a quel luogo magico e incantevole.
Io sono sicuro che con poca spesa si dovrebbe rimettere la copertura progettata da Minissi nella condizione di essere attualizzata. Parte del denaro restante si dovrebbe impiegare per le opere di conservazione dei mosaici. Il resto del cospicuo finanziamento sarebbe da destinare alle infrastrutture ricettive. Altra opera assai meritoria sarebbe pure quella di istituire ed attrezzare un laboratorio di restauro permanente, dove ospitare per tirocini e poi impiegare i laureati, architetti e restauratori dei corsi di conservazione dell’Università.
Spero che presto l’alto commissario dott. Vittorio Sgarbi, noto saggista e conduttore televisivo, apprezzato per l’alto senso di equilibrio e la moderazione, receda dai suoi propositi e si renda conto che il destino della villa del Casale di Piazza Armerina è di importanza capitale per la cultura universale e che non si può restare indifferenti di fronte ad un progetto, privo di ogni minimo approfondimento, che elimini l’integrità e l’autenticità del monumento.
Aspetto fiducioso che un suo ripensamento ci liberi dall’attuale imbarazzo e dall’angoscia di sapere quel prezioso bene culturale in pericolo. Mi auguro che Sgarbi ci ripensi almeno come tributo alla memoria di Cesare Brandi di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.
 
Invito infine coloro che hanno letto queste mie note e considerano la conservazione del patrimonio culturale un interesse collettivo, a collegarsi al sito www.unipa.it/monumentodocumento <http://www.unipa.it/monumentodocumento>  dove è possibile vedere le foto che spiegano gli argomenti trattati e sottoscrivere l’appello indirizzato alle autorità perché si possa salvare, nella sua attuale composizione (resti archeologici e opere di protezione e fruizione progettate da Minissi), il complesso monumentale della villa del Casale.
Palermo, 30 ottobre 2006

Franco Tomaselli
presidente dell’associazione culturale “Monumento Documento” onlus; professore ordinario di Restauro nella Facoltà di Architettura di Palermo; direttore del Master biennale di II livello in Restauro dei Monumenti; coordinatore del corso di Laurea Magistrale in Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici ed Ambientali della Facoltà di Architettura di Palermo.

ALLEGATI

Allegato n.1
 
Biennale di Architettura Venezia
Luoghi comuni. Vecchio e nuovo mondo accomunati dalla crisi della pianificazione e dalla carenza di risposte risolutive per governare lo sviluppo urbano. Va in scena il dramma delle metropoli
Di Alfredo Zappa
Meglio dirlo subito: a noi la Biennale di Architettura non è dispiaciuta. Certo si poteva fare di meglio e diversamente, ma bisogna riconoscere che Richard Burdett, direttore dell’edizione numero 10 dedicata a “Città, architettura e società”, ha avuto il merito di dare una scossa a quanti, da troppo tempo, si limitano a rimirarsi le punte delle scarpe ben lucidate, evitando di alzare lo sguardo su un panorama non proprio idilliaco che li vede al tempo stesso complici e artefici. Che nelle città e nelle grandi conurbazioni viva il 50 per cento della popolazione della terra (80% in Europa), troppo spesso in condizioni a dir poco critiche (dalla carenza di alloggi al sovrappopolamento, dal traffico veicolare, all’aria irrespirabile), lo sapevamo e abbiamo fatto finta di niente, lusingati dai miraggi proiettati da certa parte della critica e della pubblicistica di settore e dalle suadenti occasioni offerte da un mercato edilizio che conosce un boom senza precedenti e pretende icone vendibili ovunque.

I bravi soldatini
Burdett obbliga a riaprire gli occhi, nonostante la 10a Biennale eviti colpevolmente di interrogarsi su cause e prospettive, se non in maniera casuale o episodica. Scarseggia la politica, intesa non come ideologia ma come prassi: va bene leggere e analizzare, ma bisogna anche ideare, costruire, confrontarsi e quindi proporre strumenti innovativi (ammesso che ce ne siano) per governare e amministrare, ottenendo risultati largamente condivisi e beneficiabili. In ogni caso, ben venga una mostra che, pur tra mille contraddizioni, invita una volta tanto a un salto di scala.
Eppure, la critica più ricorrente tra i padiglioni era: “Ma dov’è l’architettura? Qui ci sono solo problemi”. A parte che i progetti ci sono (possono non piacere, ma sono a centinaia tra Arsenale, Giardini e altre sedi), il riecheggiante quesito stimola due ordini di riflessioni. La prima: cos’è l’architettura? È non solo, ma anche, quello che abbiamo visto in Biennale, o meglio non può prescinderne. La seconda conferma il pericolosissimo radicarsi tra i progettisti di una visione troppo tecnicistica dei problemi, che ne limita l’azione all’interno dei temi specifici loro affidati. La competenza e la specializzazione sono fondamentali, ma non possono ignorare lo scenario di riferimento. Oggi più che mai è necessario tornare a interrogarsi sulle finalità altre del proprio operare e sulle sue ricadute su ampia scala. Oltre alle nostre architetture (in vero poche), siamo noi a dover diventare sostenibili, cercando un quadro di coerenze disciplinari più vasto per evitare di trasformarci inconsciamente in “bravi soldatini” che ricevono ed eseguono al meglio gli ordini e, grazie a questo, hanno successo e sono felici.

La città disabile
San Paolo, Caracas, Bogotà, Città del Messico, Los Angeles, New York, il Cairo, Istanbul, Johannesburg, la metacittà Milano-Torino (MiTo), Berlino, Londra, Barcellona, Mumbai, Tokyo, Shanghai, sono le 16 città globali ordinate lungo i trecento metri delle Corderie dell’Arsenale nell’allestimento di Aldo Cibic e Luigi Marchetti (Cibic&Partners), con la direzione artistica e il progetto grafico di Fragile. Chissà perché manca Parigi e chissà perché, invece della “bollita” MiTo, non si è preferita RoNa (Roma-Napoli), senza dubbio meno indagata e altrettanto ricca di attese e contraddizioni.
Il percorso concepito da Burdett fornisce una visione d’insieme sulle dimensioni e la forma urbana delle metropoli campionate, accompagnata da dati statistici, immagini satellitari, aerofotogrammetrici, scatti d’autore e mappe morfologiche che illustrano l’eterogeneità, le dinamiche e la complessità dell’impatto umano. Il tutto giocato su grandi pannelli fotografici, slogan, brevi note sulle emergenze e una ricognizione, eccessivamente sintetica, sulle strategie di intervento, le iniziative e i progetti in corso o programmati. Il tutto ritmato dall’inserimento di aree monotematiche dedicate alle tendenze globali, alla mobilità, alla densità, agli spazi pubblici, pensate per offrire un quadro comparativo delle dinamiche del mutamento urbano. Il percorso si conclude nella sala che riassume le linee guida per le città del XXI secolo: l’allestimento sottotono di questa tappa fondamentale non aiuta a enfatizzarne il significato, risolto in maniera decisamente superficiale.
Al visitatore frettoloso il percorso delle Corderie può apparire come un grande spot dove numeri, dati e immagini si rincorrono, sovrappongono e confondono, ma a chi si sofferma la realtà si rivela spesso drammatica e dolorosa. Le città del capitale, del liberismo spinto e della speculazione d’affari tentano di conciliare (nulla di nuovo sotto il sole) più o meno felicemente interessi collettivi e privati, cercando di contrattare spazi di manovra piuttosto che imporre pianificazioni su larga scala. Le megalopoli sudamericane e d’Oriente, con le dovute differenziazioni, appaiono sempre più come vere e proprie polveriere nell’aspro e drammatico confronto tra ricchezza e povertà, lavoro informale, crescita incontrollata, emergenze igieniche, abusivismo abitativo, mancanza di scuole, ospedali, trasporti pubblici e quant’altro. Le nuove enormi periferie assediano e soverchiano i nuclei urbani storici e consolidati, tanto da fare apparire il centro sempre meno down town e sempre più town down: una città disabile, afflitta da anomalie congenite e spesso incurabili. Le baraccopoli con i loro tetti sbilenchi di lamiera ondulata, i pilastrini sghembi e le pareti fatte di ogni cosa sembrano composte da centinaia di migliaia di architetture decostruite affiancate, ridicolizzando ogni ingenuo tentativo di credere che basti la semplice variazione del tipo per riscattare le sorti di un tessuto urbano e dei suoi abitanti. Una realtà che sfugge a qualsiasi tentativo di controllo e organizzazione, alla quale si riesce solo a opporre un’azione a macchia di leopardo, più incline a rispondere alle emergenze, quindi meno proiettata a programmare e più a sanare, risultando inevitabilmente sempre un passo indietro rispetto alle necessità. Con gli urbanisti, i sociologi, gli antropologi, i geografi, gli ecologisti dediti a leggere la realtà più che a suggerire soluzioni. A spettacolarizzare e comunicare il lutto, più che a elaborarlo. E alle Corderie va in larga parte in scena questo.
Ma con i tassi di crescita correnti, va anche in scena – con grande efficacia figurativa – il forte spostamento a Oriente del centro del mondo. È la lenta fine dell’impero d’Occidente, che non si cura di farsi attore di un intelligente passaggio di testimone, cercando di collaborare alla soluzione di problemi che inevitabilmente graveranno sull’intero pianeta. Sarebbe interessante affidare la prossima direzione della Biennale a un architetto cinese o indiano, per farci raccontare senza intermediazioni come la vedono loro.
È incredibile come davanti a questo quadro alcuni architetti storcano il naso. Giochino con i distinguo. Si chiamino fuori, si domandino: che ci faccio qui? Questo è il mondo reale, che esige risposte e la ricerca di un senso comune in un marasma spesso imperscrutabile. A Milano come a Bogotà, a Londra come a Shanghai. Anche per questo avremmo voluto fosse stato dedicato più spazio per illustrare come vengono o possono essere affrontate queste emergenze urbane, con quali strumenti, quali politiche, quali risorse e anche quali architetture. Una sorta di catalogo per suggerire azioni condivisibili in termini di metodo così come di obiettivi, da declinare in interventi e manufatti che conservino un senso dalla piccola alla grande scala, o almeno aspirino a ricercarlo.

In cerca di risposte
Quali sono le scuole di pensiero e le esperienze emergenti, le teorie, i metodi di analisi, i contraddittori? Dove si è sbagliato e dove no? Le mostre a contorno allestite all’Arsenale non riescono a rispondere. “Invito a Vema” (a cura di Franco Purini), progetto a più mani di una città di fondazione tra Verona e Mantova, “Metrò-Polis” (a cura di Benedetto Gravagnuolo e Alessandro Mendini), la sfida del trasporto su ferro a Napoli e in Campania per la riqualificazione urbana e territoriale, “Città di Pietra” (a cura di Claudio D’Amato Guerrieri) e il concorso indetto su quattro importanti siti del Sud italiano, il rimorchiatore che pubblicizza la mostra sulle “Città-porto” a cura di Rinio Bruttomesso (l’esposizione è però a Palermo e proseguirà in altre città del Mezzogiorno: purtroppo in Biennale non v’è testimonianza nemmeno di sintesi), così come il padiglione dei progetti di Foster e Piano per la Milano di Risanamento (società che con Inarcassa e Italcementi risulta tra i main partner della Biennale) e il progetto della città cinese Tong Li, basato su sostenibilità e valorizzazione storica, appaiono un po’ stranianti e fuori continuità. Si tratta di grandi “vasi incomunicanti” pieni di contenuti così come di ipotesi non condivisibili, che solo lo sforzo di elaborazione critica del visitatore più attento e resistente riesce a mettere a sistema rispetto a quanto visto alle Corderie, sottraendosi all’emotività del giudizio inevitabilmente superficiale da primo impatto. Le risposte potrebbero in parte venire dalla visita del Padiglione Italia ai Giardini, dove 13 centri internazionali di ricerca (Berlage institute di Rotterdam, Oma/Amo di Rem Koolhaas, Contemporary city institute dell’Eth di Basilea, Sensable city laboratory del Mit, University of Texas di Austin, Università Iberoamericana, Urban design research institute e Iuav di Venezia, Schrumpfende städte – Shrinking cities, The architectural foundation e MoMa, The royal college of art, Domus, C-Photo magazine) sono stati invitati a presentare e analizzare esperienze emergenti relative alla città contemporanea e al suo territorio. L’immagine che se ne trae è, anche in questo caso, forse inevitabilmente, molto eterogenea e faticosa da mettere in serie, complici uno spazio fisico e un percorso che costringono a una break dance mentale ed emotiva, entrando e uscendo da sale, allestimenti, problemi, temi così diversi in termini di luoghi, scala di intervento, linguaggi e quant’altro, da mettere a dura prova l’interesse, accompagnati dall’ansia di perdere un passaggio chiave e finendo per essere lusingati più dall’efficacia delle presentazioni che dallo spessore reale dei contenuti.
La visita ai padiglioni nazionali conferma invece l’ampiezza delle tematiche e dei punti di vista, così come l’importanza della contestualizzazione delle politiche di intervento. Sebbene alcuni temi generali siano comuni, appare inequivocabile come le specificità e le contingenze, le economie e la storia dei luoghi li trasformino necessariamente in problemi che necessitano interventi a scala urbana molto differenti e di architetture altrettanto differenti (per materiali, forma, soluzioni tecnologiche eccetera). Ecco allora che la globalità dei problemi dev’essere (e avrebbe già da tempo dovuto essere) affrontata in maniera originale e specifica, locale per usare un termine abusato. Non ci si può lagnare della globalizzazione, piangere la scomparsa dei luoghi e continuare a progettare indifferentemente a Tokyo o a Parigi, producendo oggetti di consumo, architettura che non fa luogo ma logo in base alla griffe che lo autentica.
Convincenti l’approccio danese, che fa proprie le emergenze del mondo globale e dello sviluppo urbano sostenibile in Cina; la lettura dell’Egeo come sistema metropolitano proposto dai greci; la difficoltà di fare città e società nella vastità australiana; la felice pragmaticità della città-domestica finlandese, così come la dimensione altra delle città più settentrionali d’Europa presentate nel padiglione dei paesi nordici; la città delle donne spagnola; i progetti a concorso per il futuro di New Orleans dopo Katrina al padiglione Usa; le congetture ecoinsediative elaborate da Bernard Tschumi per una grande isola caraibica esposte al padiglione svizzero; la città in cerca di equilibri nella Romania post totalitaria; le singolari deduzioni urbane offerte dal sodalizio tra Terunobu Fujimori e la Roadway observation society e molto altro ancora, compreso il manifesto alla bellezza della banalità del Belgio, la voyeristica presenza olandese e le forse troppo elusive testimonianze inglese, tedesca e soprattutto francese, che sul tema città, architettura e società avrebbero avuto molto da mostrare, raccontare, discutere, tra recupero postindustriale e integrazione sociale, banlieu in fiamme comprese.

Bada a come parli
Tanto, tantissimo, troppo. Eppure non abbastanza. Appare infatti discutibile la scelta di prediligere un’esposizione verbale delle idee (in numerosi convegni, incontri ed eventi collaterali) piuttosto che nelle sale della mostra. Perché se the answer is blowing in the wind, o si fa lo sforzo di catturarla per le migliaia di visitatori attese in oltre due mesi tra Giardini e Corderie, oppure si rischia di lasciare la mostra “sospesa come le foglie di autunno al vento”, tra dramma della realtà e frammentarietà delle soluzioni. Forse sarebbe stato meglio anticipare molta parte dell’attività cognitiva, di confronto e dibattito in una serie di eventi preparatori a porte aperte, sintetizzandone i risultati negli spazi espositivi. È stato annunciato che alla fine della manifestazione la Biennale pubblicherà un’Agenda per le città del XXI secolo, concepita come strumento di lavoro destinato a coloro che determinano o partecipano al governo delle città e dei sistemi complessi che ne regolano i ritmi e le progressioni. Perché invece non farne un prologo e dedicarle uno spazio espositivo e di confronto?
Che senso ha una mostra che non mostra? Che parla e non cerca di fissare? Che individua problemi e volatilizza parte delle soluzioni? Che si sottrae all’onere della scelta e della sintesi, soffocandoci di sovrabbondanza? Che rimanda al catalogo inteso non come tale, ma anche come contenitore di saggi e contributi ancora una volta non mostrati?
Indubbiamente esiste per tutto il settore espositivo dell’architettura, e non solo per la Biennale, un grave problema di adeguatezza del linguaggio. Una comunicazione sempre più ridondante, che si affida alla multimedialità, all’allestimento d’autore, al caos creativo per nascondere un problema a monte. La questione va infatti oltre gli strumenti, coinvolgendo percorsi e metodi cognitivi che vengono influenzati intimamente dalla natura stessa e dalla complessità della disciplina. Si percepisce l’urgenza di quella che potremmo definire “logopedia del linguaggio espositivo”. Un nuovo patto tra segni e parole.

Alegato n.2
 
Vittorio Mazzucconi su Le Corbusier
Anche la mia risposta a Vittorio Giorgini comincia con un grande ringraziamento. Avevo già detto che egli è un uomo di grande generosità e ce lo ha dimostrato ancora una volta con queste righe, non solo belle ma ammirevoli, anche per la fatica che deve esser costata scriverle a un uomo purtroppo ormai quasi cieco. Ma veniamo a Le Corbusier, poiché Vittorio si stupisce che io lo critichi. Avevo già detto che io lo considero un grande artista, un poeta, cosa che non direi invece di un Gropius, che era un educatore, un uomo di grande apertura umana e intellettuale, ma anche un cattivo architetto. Di Le Corbusier ho amato la “lucentezza” del suo spirito, simile a quella delle macchine che lo seducevano tanto, il talento plastico e anche gli scritti le cui parole mi hanno nutrito e entusiasmato. Eppure, le sue idee sulla città hanno dimostrato in poco tempo di non essere valide, da una parte perché il suo senso della bellezza non si accompagnava a una conoscenza di pari livello della realtà della città e della società e, dall’altra, perché questa conoscenza, per quanto ancora assai limitata, ha fatto da allora dei passi in avanti. Una maggiore consapevolezza del retaggio storico e delle problematiche sociali, senza parlare della crescente percezione del baratro che è davanti ai nostri occhi (e a cui Le Corbusier andava allegramente incontro) rendono oggi impensabili le sue teorie, mentre ammireremo per sempre le sue più belle architetture. Il fatto di renderci conto che la città è una realtà complessa, che non può essere semplificata a colpi di edifici torre, si accompagna però oggi a una rivalutazione della “memoria”, che porta oggi, soprattutto in Italia, a una conservazione, a una stagnazione, al rifiuto di grandi e originali eventi architettonici come quelli che hanno costellato la nostra storia. Al di là della miopia della cultura urbanistica italiana vediamo invece nel mondo delle affermazioni del nuovo in forme strepitose ma…nella mia precedente lettera ho parlato appunto dei mostri che la nostra civiltà tende a produrre, nonostante il grande valore degli uomini, le avanzatissime tecniche, le aperture di una cultura globale. La mostruosità  deriva dal trend pazzesco che il mondo segue in ogni campo, dalla massificazione, dall’abbandono di Dio. Giorgini si arrabbierà a sentirne parlare, ma voglio spiegarmi: intendo con questo l’abbandono di un Ideale, dell’ideale dell’uomo vero e completo, per idolatrare invece la materia, il potere, il denaro, la macchina fine a se stessa, l’ideologia…
Mi permetto a questo punto di citare di nuovo un mio vecchio libro: La Città a Immagine e Somiglianza dell’Uomo <http://www.vittoriomazzucconi.it/ita/architettura/mediolanum/piano.asp> , ma solo per attirare l’attenzione sul suo titolo, che indica l’indirizzo opposto al trend attuale, esortando a perseguirlo come la cosa più necessaria che si possa fare oggi...
Vittorio parla inoltre con tanta e intelligente comprensione di altre mie opere, ma io mi pongo adesso un problema: La Città Nascente <http://www.vittoriomazzucconi.it/ita/indice_firenze.asp>  , ossia il progetto per un nuovo Centro di Firenze in sostituzione delle brutture attuali, sarebbe anch’essa un mostro? E lo sarebbe La Piramide del Palatino <http://www.vittoriomazzucconi.it/ita/indice_piramide.asp> , la folle idea di costruire un’immensa piramide rovesciata proprio nel centro della mitica Roma di Romolo, quasi per rinnovarne in forme contemporanee la fondazione? Ognuno può esprimere il suo giudizio, probabilmente negativo, ma io devo esprimere la candida opinione, anzi la fede che non si tratti di mostri. Forse solo perché, nel mio cammino solitario, ho trovato un sentiero, che invito tutti a percorrere: è il sentiero che conduce dal sentimento all’intelletto, dalla natura alla civiltà, dalla terra al cielo, e viceversa, una tenue traccia che viene oggi trascurata preferendo ad essa le spettacolari autostrade ideologiche del nostro tempo. La città antica seguiva nel suo farsi la medesima traccia, e così gli uomini e gli architetti di allora che, pur facendo opera originale e talvolta gigantesca, operavano sempre all’interno di una misura, di un’armonia. Il senso di una profonda analogia, un magico farsi uguale a quello di queste città, un farsi vuoto, un sentir sviluppare in sé stesso in egual misura il sentimento e l’intelletto, il senso della storia e quello della modernità….io lavoro così, e non mi pare quindi di produrre mostri ma qualcosa che è, appunto, a immagine dell’uomo. Non so se tediarvi con nuova auto-citazione, l’edificio dell’Avenue Matignon <http://www.vittoriomazzucconi.it/ita/architettura/lutetia/matignon.asp>  a Parigi, di cui Vittorio parla. Sarà bello, sarà brutto, giudicate voi, ma quello che mi preme indicare è che la sua facciata esprime proprio questo doppio movimento dal basso in alto e dall’alto in basso, dalla tradizione a una visione, da una visione alla concretezza, che conduce a scoprire una centralità: il centro spirituale in noi.
Come ognuno di noi vede le cose dal suo punto di vista, così Giorgini apprezza le mie opere nella misura in cui corrispondono alle sue idee sulla modernità e sulla tecnologia, e si stupisce che io critichi Le Corbusier che si era fatto paladino delle stesse idee. Ma io mi sento solo di portare avanti un pensiero meno schematico, del tutto insensibile ai feticci del movimento moderno o razionalista, nonché innocentemente ignaro dei progetti Archigram che vengono citati e niente affatto sedotto da Mondrian (basta guardare la mia pittura per rendersene conto…) Un pensiero che vada alla radice, al fertile terreno dell’inconscio e del mito, un’intuizione che punta alla trascendenza….Questa non è una critica a Le Corbusier, è un’altra idea che mette in luce ciò che egli ha ignorato, anche se ha visto con straordinaria lucidità tante altre cose.  Il grande, il vero insegnamento che un architetto può dare non è comunque nelle sue idee quanto nelle opere, nel valore propriamente architettonico  di tali opere. Per questo, lasciando perdere l’ideologo,  rendo omaggio all’ architetto, citando le sue stesse parole: la modénature, cioè il segno, lo stile, è la pietra di paragone, la pierre de touche de l’architecte.

PresS/Tletter
Lettera con notizie e eventi di  architettura, cultura, arte, design. Per cancellarsi e rimuovere il nominativo dal nostro indirizzario basta mandare una mail al  mittente con scritto: remove. Per iscriversi basta farne richiesta. Ai sensi della Legge 675/1996, in relazione al D.Lgs 196/2003 La informiamo che il Suo indirizzo e-mail è stato reperito attraverso fonti di pubblico dominio o attraverso e-mail o adesioni da noi ricevute. Si informa inoltre che tali dati sono usati esclusivamente per  l’invio della presS/Tletter e di presS/Tmagazine. Per avere ulteriori informazioni sui suoi dati, che di regola si limitano al solo indirizzo di e-mail accompagnato qualche volta dal nome e cognome ovvero dal nome della società, può contattare il responsabile, Luigi Prestinenza Puglisi, all’indirizzo l.prestinenza@libero.it <mailto:l.prestinenza@libero.it> . Tutti i destinatari della mail sono in copia nascosta (Privacy L.75/96). Abbiamo cura di evitare fastidiosi MULTIPLI INVII, ma laddove ciò avvenisse La preghiamo di segnalarcelo e ce ne scusiamo sin d'ora.
E' gradito  ricevere notizie, le quali, dovranno essere comunicate via mail con almeno una  settimana di anticipo e, comunque, entro il mercoledì che precede l’evento, con brevi comunicati stampa, di regola non superiori  alle cinque righe. In questi dovrà essere chiaro giorno e luogo dell'evento,  titolo, partecipanti, telefono, mail, sito web per approfondimenti. Le notizie, a giudizio insindacabile della redazione, sono divulgate quando se ne intravede un  potenziale interesse. E' però cura di chi riceve la lettera verificarne  attendibilità e esattezza. Pertanto esplicitamente si declina ogni  responsabilità in proposito. La redazione si riserva il diritto di sintetizzare le lettere e gli interventi da pubblicare. Il materiale mandato in redazione, che è  anche il luogo dove sono custoditi i dati,  viale Mazzini, 25, Roma, non verrà restituito.
In redazione: LPP,  Lila Aras, Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Marcello del Campo, Emiliano Gandolfi, Gaia Girgenti, Luca Guido, Salvator-John Liotta, Zaira Magliozzi, Antonella marino, Domenico Pepe, Claudia Pignatale, Ilenia Pizzico, Stefano Malpangotti,  Santi Musmeci, Francesca Oddo, Paolo Raimondo, Federica Scarnati, Antonio Tursi, Monica  Zerboni.