La forma del processo
di Marta Pietroboni
Debole, come il pensiero più di vent’anni fa, ma senza la coscienza positiva che questo rendeva un campo di possibilità, l’Architettura oggi sembra avere e rivelare delle inadeguatezze: una somma di necessità e debolezze sufficienti a metterne in discussione continuità di significato e importanza – ruolo, appunto - ottenute nel tempo ma non per questo possedute.
Centrali sembrano due questioni: la relazione vaga tra teoria architettonica e panorama culturale complessivo, e quella, altrettanto vaga, tra elaborazione teorica distintiva e prassi. La teoria architettonica pare fluttuare senza stabilire legami profondi né con la realtà culturale né con quella professionale.
Le conseguenze più immediate: un ritardo costante nell’acquisizione di temi e problemi comunemente discussi - con l’evidente e successiva difficoltà di declinazione, all’interno del campo specifico di studio, di temi e interrogativi in questo modo stranieri (alla nascita e costruzione dei quali non ha saputo prendere parte) - e una mancanza di coerenza metodologica in fase progettuale. Laddove invece, come scrive Purini[1], idee-strumento, dialettiche e sperimentali, consentirebbero a chi sta disegnando “di costruirsi un’architettura di riferimenti teorici, una rete di principi dinamici e sperimentali tra i quali tessere con libertà creativa, ma anche con il necessario rigore logico e con la dovuta consapevolezza critica, le fila di un discorso compositivo originale, concreto perché basato sulla riflessione teorica e nello stesso tempo dotato di quella possibilità di ribaltare una convenzione consolidata che lo stesso Vitruvio riconosce indispensabile a chi vuole modificare con il suo linguaggio l’immagine del mondo fisico”.
Così, il tramonto del grande paradigma dell’essere a favore di una centralità del divenire, il fatto che, come scritto anche da Vattimo[2], “l’essere non stia, ma divenga” - in sostanza - l’affermarsi di una nuova concezione epistemologica, sono stati gli ultimi leitmotiv assunti dall’architettura come temi, non come costrutti da comprendere criticamente e ridescrivere, e hanno ingenerato, ex post, la necessità di un confronto risolutore, anziché interpretativo.
Da questo, è emersa l’incapacità di risolvere una dicotomia scelta, ma non effettiva, la dicotomia processo-forma, che ha indubbiamente sollevato una questione concettualmente centrale, ma che, per come posta, ancora una volta, non ha fatto altro che sottolineare la distanza consistente stabilitasi e non recuperata con lo statu quo culturale complessivo.
“Ora, come scritto da Formaggio[3] già diversi decenni fa, “proprio il principio di non contraddizione è diventato insufficiente alla scienza contemporanea. […] Si tratta di superare le coppie degli opposti. […] L’architettura si è sempre mossa tra arte e scienza; ma teniamo presente che nel mondo del figurale e dell’intuitivo possono coesistere tranquillamente le alternative opposte e possono esistere le contraddizioni, poiché qui il principio d contraddizione non ha più valore. […]”.
Evidentemente l’interrogativo richiamato dovrebbe essere posto in termini differenti. Non come risolvere la dicotomia, ma come “mettere in forma il tempo”, come costruire forme che non definiscano, costruire quelli che, sempre secondo Formaggio, possono essere individuati come transiti interformali: passare dal progetto inteso come atto risolutivo a progetto inteso come atto rigenerativo. Restituire all’architettura la sua essenza di figura e non di discorso, riprendendo la distinzione fatta da Lyotard[4].
“Il discorso è lo spazio chiuso, è uno spazio statico e chiuso, lo spazio delle invarianti; la figura è lo spazio aperto, uno spazio genetico, uno spazio dove si alimentano e fioriscono i sensi”.
Mentre l’essere ha una forma - delle forme - il divenire ha un contenuto, delle funzioni, dei funzionamenti.
Come, con quali strumenti, procedimenti e rappresentazioni abbozzarne un’organizzazione spaziale, come costruire forme del divenire, quali le possibilità reali, sono forse alcune delle domande attraverso le quali riflettere per ridefinire il ruolo dell’architettura oggi; non più dare un’analisi di strutture stabili, ma di percorsi stabili o generalmente ripetibili, ricondurre a questa questione le tensioni teoriche come pratiche, e ricostituire un dialogo reale tra i due distinti livelli – condizioni – affinché la teoria sia effettivamente una “formulazione sistematica di principi generali” applicabili, e l’architettura, ad una scala differente, a sua volta, il modo di tradurre idee, necessità e desideri in luoghi, forme, figure, organizzazioni spaziali.
Come scrive Fernando Pessoa[5]: “Abbiamo, tutti noi che viviamo, una vita che è vissuta e un’altra vita che è pensata, e l’unica vita che abbiamo è questa, che è divisa tra la vera e l’erronea. Quale in fondo sia la vera e quale l’erronea, nessuno ci saprà spiegare; e viviamo in modo che la vita che abbiamo è quella a cui dobbiamo pensare”.
E’ possibile immaginare che ogni realtà dall’uomo definita tale sia non solo acquisita, bensì anche costituita, da due disomogenee ma coesistenti dimensioni esistenziali: la prima materiale (fisica), la seconda ideale (metafisica), e che queste, solo come composto, possono essere in grado di fondare un apparato teorico conforme di comprensioni e conoscenze.
NOTE:
[1] F. Purini, Comporre l’architettura, ed. Laterza, Bari 2006
[2] G. Vattimo, La fine della modernità, ed. Garzanti Libri, Milano, 1991
[3] D. Formaggio, Estetica tempo progetto, ed. Clup, Milano, 1990
[4] F. Lyotard, in D. Formaggio, op. cit
[5] Fernando Pessoa, in Tenho tanto sentimentos, Cancioneiro, 1952




