presS/Tletter

L’ architettura contemporanea in Italia. Da Cosenza a Torino passando per Roma e Venezia. Dagli Ordini all’ Università

LPP 04/Nov/2007 19:43:08

di Luca Guido


Questo articolo parte da una riflessione in merito alla vicenda che ha visto l’ Ordine degli Architetti di Cosenza, schierarsi contro Marcello Guido e chiedere a gran voce la demolizione del suo progetto di Piazza Toscano. Nulla spiegherebbe una tale e peraltro tardiva richiesta, a circa sei anni dalla realizzazione, se non l’ avversione viscerale all’ architettura contemporanea della maggior parte delle lobby  che vi sono in Italia.
L’ ordine cosentino ha dedicato molte pagine della propria rivista per diffondere il messaggio di contrarietà a quel progetto –aggiungiamo senza  coinvolgere il chiamato in causa o persone di opinione contraria- saltando a piè pari il problema dello stato manutentivo del bene pubblico che affligge molte ed importanti opere architettoniche di qualità che a Cosenza vi sono e che soffrono pesantemente questo problema (es. Piazza dei Bruzi di Corvino e Multari, Il MAP, acronimo di museo all’ aperto, di Ricci- Spaini, Il Viale Giacomo Mancini, già Viale Parco di Riccardo Wallach, La stazione di Cosenza centrale di Sara Rossi –con la consulenza di Pier Luigi Nervi-, Il monumento ai Fratelli Bandiera di Manfredi Nicoletti, La già citata Piazza Toscano di Marcello Guido, e più in generale i vari palazzi pubblici e le vie cittadine).

Inoltre, nella stessa rivista, non è stata spesa la pur minima parola sulla mancata realizzazione del progetto di Pietro Caruso, noto e stimato architetto a livello internazionale, vincitore del concorso per Piazza Fera a Cosenza con un progetto che ha già avuto i riscontri favorevoli della stampa specializzata perché effettivamente meritevole.
Al contrario sulle stesse pagine è stato trovato spazio per pubblicare il progetto di un consigliere dell’ ordine sempre su Piazza Fera, frutto di un laboratorio partecipato.
Inutile dire come l’ impressione che emerge da questo contesto di degrado, che talvolta attanaglia alcuni nostri rappresentanti, sia piuttosto triste, ma questo genere di sortite da parte degli ordini professionali non mi meraviglia se penso alle denunce subite da Carlo Scarpa, oppure alla richiesta di demolizione del Centre Pompidou, di Piano, Rogers e Rice, proprio da parte degli ordini professionali.

Tali comportamenti sono spiegati dai sociologi con un senso di frustrazione e di provincialismo che talvolta caratterizza alcuni settori del mondo delle professioni, ma di solito le azioni più stucchevoli sono quelle che si riservano i professori universitari.
Vorrei portare a testimonianza della miseria che caratterizza i luoghi che sarebbero preposti allo studio, alla tutela e alla valorizzazione dell’ architettura contemporanea alcuni  esempi chiarificatori dell'apparente disinteresse nei confronti della contemporaneità e dei suoi valori.

Ripartiamo da Cosenza:
la Città Universitaria di Arcavacata e il territorio circostante versano in un pietoso stato di degrado. Non mi riferisco in questo caso all’ abbandono o alla mancanza di cure nei confronti del distretto o ancora al sottoutilizzo degli edifici universitari e delle infrastrutture, ma al contrario ad una distorsione dei valori ivi presenti. L’ Università della Calabria ha avuto in mano il più bel progetto che Gregotti, in gruppo con altri, abbia mai elaborato, e cosa ne fa?

Lo riduce ad un ammasso di superfetazioni, ne cambia il programma funzionale non realizzando i necessari parcheggi, aggiunge volgari capannoni prefabbricati (es. l’aula magna) attorno al lungo Edificio Ponte (parliamo ad oggi di un edificio in linea di quasi 2 Km), compie madornali errori di realizzazione (es. le differenze di quota tra il “passaggio Ponte” e i “cubi” gridano letteralmente vendetta), ne progetta un ampliamento interessante dal punto di vista urbanistico, ma ampiamente discutibile nelle proporzioni dei nuovi volumi, nelle altezze e nei materiali. Tutto  sotto gli occhi del magnifico rettore e della silenziosa facoltà di ingegneria.

Naturalmente Gregotti, che ancora rivendica orgoglioso il suo progetto per lo Z.E.N. di Palermo, ha sconfessato giustamente la paternità dell’ Università della Calabria, e basta recarsi sul luogo per capirlo, per capire il degrado culturale –cosa diversa da quello sociale dello Z.E.N.- che ha voluto travisare completamente un progetto interessante.

Tuttavia la sciatteria di azione non si ferma qui, poiché nel restauro del primo nucleo polifunzionale –progetto di Massimo Pica Ciamarra-, splendido intervento brutalista figlio delle riflessioni architettoniche degli anni ‘60 ‘70, i nostri ingegneri dell’ Università della Calabria hanno restaurato il cemento faccia a vista rattoppandolo con intonaco, per giunta visibilmente non in bolla, e coprendo il tutto con pittura grigia.

Forse solo le Maisonette studentesche di Enzo Zacchiroli si salvano dallo scempio.
Ma non finisce qui, perché il paesaggio una volta agreste della valle Crati, in cui si inseriva il grande edificio- ponte di Gregotti, è visibilmente turbato da un magma di villette e schifezze varie a volte progettate dagli stessi ingegneri ivi laureatisi.

Per non parlare, infine, dei progetti discutibili dei professori che progettano per conto dell’ università nuovi edifici (laboratori, teatro universitario, ecc.) .
 
Quando l’ In/arch Calabria ha fatto notare queste cose al magnifico rettore dell’ Università si è sentito rispondere che i problemi erano altri...

Tutto ciò avviene in Calabria, e qualcuno potrebbe obiettare che altrove è diverso.

Bene; vi ricordate il concorso vinto da Miralles per la nuova facoltà di architettura di Venezia? Il progetto viene approvato da tutti gli enti lagunari, caso più unico che raro, iniziano i lavori di costruzione e poi si ferma tutto.

Io non sono davvero sicuro che i lavori si siano interrotti per una semplice rescissione del contratto da parte della ditta esecutrice –il progetto esecutivo peraltro era stato redatto dalla società di progettazione Iuav- E perché il mitico Iuav non ha dato seguito a quel progetto dopo il primo intoppo? E soprattutto perché poi si è abbandonato tutto?  

La risposta credo che sia molto semplice e rispecchia la triste verità italiana: pochi credono veramente nell’ architettura contemporanea, e vi credono ancora meno quando il progetto è sperimentale come quello elaborato da Miralles.

Ma quando il progetto promosso dall’ Iuav è stato redatto dal professore di turno, tutto è andato come da programma come nel caso di Francesco Venezia e Vittorio Gregotti i quali mi sembra che abbiano visto realizzare i loro progetti senza concorso (rispettivamente il Laboratorio prove materiali a Mestre e il restauro di un edificio novecentesco a Venezia ad uso uffici per l’ Università; lavori costati in entrambi i casi diversi milioni di euro).  O dei dipendenti della società di progettazione interna che hanno visto realizzare i numerosi e costosi restauri delle “nuove” sedi Iuav.

La mancata realizzazione del progetto Miralles è solo un pallido e sbiadito ricordo per alcuni, per me è il simbolo di un vero “impoverimento” culturale.

In fondo a Venezia quello che non è riuscito a Le Corbusier è riuscito a Luciano Semerani che si è sobbarcato la fatica di progettare i nuovi padiglioni ospedalieri offrendoci come repertorio formale archi, timpani e tipologie. Una “delizia” affacciata sulla laguna. E vi ricordate il progetto-provocazione elaborato per l’ area Saffa di Cannaregio da Eisenman? Cosa credete che ci sia ora? Ancora una realizzazione del nostro italianissimo Gregotti, mentre non lontano sorge l’ intervento terribilmente visibile di un altro professore universitario.

E ricordiamoci che Venezia è la città che ha rifiutato Wright, Kahn, Quaroni, oltre che Corbu, ma non ha impedito il sorgere della più bieca edilizia all’ interno del tessuto storico (vedi le palazzine di Rio Novo, il Danieli, la Banca a San Luca, ecc..).
Non meravigliamoci poi se queste cose vengono infelicemente identificate come architettura contemporanea dalla gente comune.

Cambiamo città e andiamo a Roma.
Vogliamo parlare del MAXXI di Zaha Hadid (concorso del 98-99)? Sono passati quasi dieci anni dal progetto e mi viene il sospetto che al giorno d’ oggi vedere i lavori di realizzazione così ritardati e lenti sia un grande impoverimento per tutti. La cosa sinceramente malinconica è vedere l’ impotenza di quell’ ente che dovrebbe tutelare, promuovere e valorizzare l’ architettura contemporanea.
Non c’ è da stare tranquilli se i tempi d’ azione della DARC sono quelli che vediamo, e sopratutto se questo stesso ente è capace di impegnarsi concretamente solo in azioni effimere come le mostre temporanee, e porta avanti messaggi ambigui quando si tratta di tutela del contemporaneo (mi riferisco alla vicenda del concorso per l’ ampliamento della Galleria Nazionale d’ Arte Moderna a Roma, o alla incapacità di incidere nelle vicende di Piazza Armerina).

Quando poi a Roma Richard Meier realizza il nuovo edificio a protezione dell’ Ara Pacis, le uniche parole pronunciate dagli accademici sono state solo un scomposta chiosa contro gli architetti stranieri in Italia, confermando il vero e deprecabile sport nazionale: quello di impedire esperienze nuove in architettura. E il messaggio che ne veniva fuori era che gli architetti stranieri fossero meno colti di quelli italiani. Purtroppo per gli illustri professori firmatari dell’ appello pubblicato dagli stessi sul Corriere della Sera, chi legge le più importanti pubblicazioni straniere sa che non è così, e sa anche che le ricerche degli italiani in architettura raramente sono prese in considerazione al di fuori dei confini nazionali.

Ma dove erano questi signori che ci spiegano continuamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato quando è stata edificata la disgustosa periferia diffusa che parte da Torino e arriva fino a Verona? Dove erano quando le nostre coste sono state cementificate da volgare edilizia senza qualità?

Quando invece si tratta dei grattacieli di Piano o di Fuksas per Torino si è pronti perfino a diffondere immagini falsificatrici per aizzare odio ed incomprensione. E queste azioni dimostrano la serietà di comitati privi di idee e reazionari, capaci solamente di immaginare un concetto molto banale del passato: ovvero che sia semplicemente passato, intoccabile, non interlocutorio e dunque facilmente vestibile dei luoghi comuni di massa, psicologicamente consolante, ma molto distante dai problemi della città reale e dalla sua naturale richiesta cambiamento e sviluppo per adeguarsi ai tempi. Ma i comitati contrari ai progetti di Piano e Fuksas ad un grattacielo evidentemente preferiscono la stessa volumetria diffusa sul territorio occupando lo spazio che potrebbe essere destinato a verde e parchi urbani. Questo solo perchè un grattacielo fa notizia e cento piccoli edifici non la fanno.

In Italia neppure la politica nell’ ultimo secolo è stata capace di identificarsi con l’ architettura contemporanea, come era successo durante i poteri forti del rinascimento o del ventennio fascista.

Al contrario se ci spostiamo in Francia e pensiamo a Mitterand ci viene subito in mente una florida e vivace stagione dell’ architettura francese (ma non solo degli architetti francesi).
Cosa vi viene in mente se cito Andreotti o Craxi?
I nostri politici non hanno neppure la freschezza e il coraggio di Sarkozy nell’ incoraggiare gli architetti ed incentivare la ricerca e la sperimentazione architettonica contemporanea.

Anzi vi ricordate la vicenda in cui Paolo Desideri vincitore di un concorso in Cina viene sostituito dall’ immancabile Gregotti?

Voglio farvi approfondire la questione: avete mai sentito Prodi parlare di architettura? o Berlusconi a meno che non si trattasse del progetto della sua villa in Sardegna coperto poi dal segreto di stato?

Ma l’ ultima cosa la voglio proprio scrivere.
Qualche giorno fa ricevo una mail da parte del presidente del mio ordine professionale che mi annuncia “con soddisfazione” che anche quest’ anno tutti i colleghi con incarichi relativi alla sicurezza in cantiere e i direttori dei lavori possono usufruire delle deroghe sulle targhe alterne, durante particolari lavorazioni.
Questa “clamorosa” conquista di categoria è l’ ennesima riprova che il sistema degli ordini professionali in Italia andrebbe seriamente ripensato, anche alla luce del fatto che oramai non c’è neppure bisogno di sottoporre le proprie parcelle al vaglio di tali inutili residui corporativi che fanno comodo solo a chi occupa le cariche interne di potere.

Sono molte le soddisfazioni che vantano gli ordini, i comitati ambientalisti, le università, i politici, che purtroppo mi fanno vergognare della condizione in cui versa l’ architettura contemporanea in Italia: mi sembra chiaro che le cose interessanti che vengono fatte si pongono come strutturalmente estranee a tali ambienti.
Luca Guido